Due secondi fa stavo per postare un tweet. Poi mi son fermato e mi son detto: no, aspetta, vabbè che è l’ultimo sabato di luglio, vabbè che la gente non c’ha voglia di litigare e chi c’ha voglia di litigare starà litigando su una qualche spiaggia romagnola, ma le polemiche son sempre in agguato. Se lo fai, qualcuno ti salterà comunque alla gola, magari (come succede quasi sempre quando qualcuno ti salta alla gola) non capendo nemmeno veramente il senso di quello che hai scritto, perché per capirlo bisognerebbe fare un ragionamento e se la gente non c’ha voglia di ragionare a ottobre, figuriamoci a luglio. Allora meglio che ci faccia un post, mi son detto, in cui spiego per filo e per segno cosa intendevo. Il tweet era (doveva essere) questo:
non capisco: perché per i giornali quelli che fan la fila all’Apple Store son malati e quelli che la fanno per Vasco e Liga invece son sani?
Tra ieri ed oggi, infatti, blog generalisti e siti d’informazione si son lanciati in ardite analisi sociologiche riguardo ai ragazzi che hanno passato la notte davanti ai due Apple Store italiani, in attesa del lancio dell’iPhone 4 (attesa in gran parte delusa, visto che molti son rimasti a mani vuote per l’esiguo numero di esemplari disponibili): i commenti più comuni riguardavano il fatto che «ormai siamo succubi della tecnologia», «c’è gente che non ha proprio niente di meglio da fare nella vita», «ma dov’è questa crisi?», «non siamo più noi che usiamo i prodotti ma sono i prodotti che usano noi» e così via.
Poi magari basta leggere il commento di qualcuno che quella coda l’ha fatta per rendersi conto che sì, sono tizi magari un po’ strambi, ma non più della media: a luglio, diceva un ragazzo di cui ho letto su un blog, non c’è un tubo da fare, e farsi una notte in compagnia, con qualche amico e tanti estranei che condividono una passione, non era sembrata una cattiva idea.
In fondo, i motivi per cui quei ragazzi hanno fatto la fila all’Apple Store non divergono poi tanto da quelli dei tizi che fan la coda per il biglietto d’un concerto o di una partita di calcio (ricordate solo un paio di mesi fa la finale di Champions, per dire?): si vuole essere presenti all’evento, si vuole presenziare, si vuole poter dire “io c’ero”.
Si dirà: sì, ma l’iPhone costa quasi 800 euro, un concerto no. Ovvio (anche se una partita di calcio, tra viaggio all’estero e stadio, probabilmente può superare quella cifra); ma un concerto o una partita durano un paio d’ore, l’iPhone si spera duri molto ma molto di più. La spesa è in fondo commisurata alla durata.
Ancora: sì, ma l’iPhone lo si può comprare, avendo pazienza, più avanti, senza l’obbligo di fare code. Vero anche questo (anche se comunque ci vorranno probabilmente tre settimane prima che nuovi iPhone siano disponibili), però pure una partita di calcio la si può guardare in televisione seduti comodamente sul divano di casa, così come di un concerto ci si può comprare il dvd (o, meglio ancora, la discografia completa del gruppo). I frequentatori di concerti e partite mi diranno: sì, ma l’atmosfera è tutta un’altra cosa; ai concerti conosci altri fan, socializzi, canti a squarciagola, vivi un’esperienza emozionante che ti rimarrà impressa. Lo stesso, però, dicono i fanboy di Apple: ho socializzato, ho conosciuto nuovi amici, ho fatto un’esperienza inedita che non dimenticherò per molto tempo.
I critici potrebbero ancora obiettare: sì ma la musica è arte, l’iPhone no. Rispondo: dipende dalla musica. Tra i Tokio Hotel e l’iPhone, a me pare più arte l’iPhone, quindi tutto è soggettivo.
Ora, sia chiaro: io non ho mai fatto file chilometriche per i biglietti di una partita, di un concerto e nemmeno per un telefono. Ieri, visto che avevo deciso di prenderlo e mia moglie voleva regalarmelo per il compleanno (che cade il 30 agosto), l’ho ordinato comodamente dal mio computer e mi arriverà tra 3 settimane, giusto giusto per la data prevista. Sono sempre stato refrattario alle code, anche quando servivano per ottenere qualcosa gratuitamente, perché ho un’istintiva repulsione per tutti i movimenti di massa e di masse; e, anche se volessi mettermi in fila, ora come ora non potrei avendo dei figli, una moglie, svariate responsabilità: son cose da ragazzini, se non anagraficamente almeno nell’animo. Ma, chiariamoci, le code son code, qualsiasi sia l’obiettivo; anzi, direi che l’obiettivo conta davvero poco, certe volte: ci sono concerti in cui non si riesce neanche a sentire in maniera decente, molte partite sono brutte al limite dell’inguardabile, l’iPhone costa troppo. Un fan è sempre un fanatico, come dice la parola, sia che si tratti di Apple, di uno scrittore, di un attore, di un cantante o di un calciatore.
Allora, in soldoni: o son tutti malati, o son tutti sani.