Come ben sapete, sono abituato a viaggiare nei meandri dei brutti libri. In questi anni, per curiosità e sfida, ho letto Bruno Vespa e Federico Moccia, Melissa P. e Fabio Volo, e ne sono sempre uscito più o meno indenne. Di alcuni ho pensato che fossero dei libri fastidiosi e pericolosi, ma sempre in maniera tenue; ero, insomma, convinto che una persona con un minimo d’intelligenza e senso critico fosse in grado di disinnescarne la pericolosità e quindi che fossero libri da prendere un po’ in giro e poi basta, morta lì.
Come ho già scritto ieri, sto ora invece leggendo “Togliamo il disturbo” di Paola Mastrocola, libro che ha venduto moltissimo specie tra gli insegnanti, e inaspettatamente lo sto trovando il libro più pericoloso che abbia letto negli ultimi tempi, più di Volo, più di Moccia, più perfino di Vespa (Feltri non l’ho mai provato, però, quindi magari potrei presto ricredermi). Un libro talmente stupido - sì, devo dirlo: stupido, e anche parecchio rancoroso - che mi stupisce possa averlo scritto una donna stimata e affermata come la Mastrocola. Un libro che ad ogni pagina mi suscita un moto di rabbia, il desiderio di rispondere per le rime e far tornare sulla Terra chi crede di stare invece sulla Luna (c’è pure un’evidentissima vena di altezzosità, da professoressa acida di italiano).
Ogni pagina che leggo, insomma, darebbe materiale per un tweet, perché è così che in genere zittisco i miei moti d’indignazione, ma diventerebbero centinaia e di interesse molto specifico. Quindi ho pensato di scrivere due o tre cose qui, le più significative che ho trovato finora, più che altro per togliermi il pensiero e sfogarmi.
Prima cosa: la Mastrocola dice che i suoi alunni di liceo scientifico al 90% (percentuale sua) non sanno assolutamente scrivere e che sono oramai irrecuperabili. I ragazzi di oggi, insomma, non conoscono la grammatica e la sintassi; ma io vorrei che provasse a leggere come scrivono i ragazzi di ieri: ho lavorato per anni in un quotidiano, ricevendo e correggendo gli articoli di numerosi quarantenni, cinquantenni e sessantenni ex liceali, professionisti, laureati, spesso addirittura insegnanti, e vi assicuro che mediamente scrivono molto ma molto peggio dei liceali di oggi. Non è che i ragazzi non sappiano scrivere; è che nessuno, in Italia, sa scrivere.
Ma non basta: la Mastrocola ammette candidamente di non correggere nemmeno più gli errori dei suoi alunni, che lei giudica “ormai irrecuperabili”, e di scrivere soltanto, di fianco all’errore, la parola “ruggine”, ad indicare che hanno il cervello e il linguaggio arrugginito. Lo dice davvero, non sto esagerando: non corregge lo sbaglio, la frase incriminata, ma ci scrive solo “ruggine”. Ecco, io a una così, se fosse mia insegnante, sognerei che le si arrugginisse l’auto (per non parlare di quello che augurerei alla sua carrozzeria). D’altronde, forse è vero che i suoi alunni non studiano: quale studente studierebbe davanti a una che al primo test d’ingresso, a settembre, gli dicesse che non sa scrivere e ragionare e che è irrecuperabile? Se il tuo prof ti giudica inadatto e incapace di migliorare, sappiamo tutti che sei già condannato, indipendentemente da quanto tu possa studiare, e allora tanto vale.
Infine, nel secondo capitolo se la prende con internet, lamentando che ognuno ormai può dire la sua e non c’è più senso dell’autorevolezza e del rispetto: una volta parlavano solo gli esperti, solo i critici letterari, mentre oggi tutti credono di poter giudicare un libro, un autore, una teoria. Non capivo questo accanimento: la democrazia vuol dire che ognuno - e sì, anche chi non ci capisce una mazza - può esprimere la sua opinione (d’altronde, proibire alla gente di esprimere un’opinione mi sembra un po’ pericoloso, no? È il prezzo della libertà) e internet non fa altro che rendere questo possibile, coi suoi pregi e i suoi difetti. Eppure la Mastrocola spende pagine per dire che dal ‘68 in poi abbiamo rovinato tutto, con la democrazia e internet. Poi ho capito da dove derivava tutto questo accanimento. A pagina 102 scrive: «Ecco, ciascuno sente di avere qualcosa da dire. E lo dice. Oggi può dirlo. E in modo molto facile, immediatamente accessibile: accende il computer, digita, clicca, entra. Entra in Internet Bookshop, per esempio, e scrive quel che gli pare su chi gli pare».
Cioè tutto ‘sto casino solo perché qualcuno, non un critico qualificato ma magari un suo ex studente sgrammaticato, ha criticato un suo libro su ibs? Quando vedrà - se lo vedrà - questo post cosa farà? Scriverà un’enciclopedia?
Vorrei aggiungere che una delle mie insegnanti non solo non azzecca un congiuntivo nemmeno per sbaglio, ma in più non sa...