Ho iniziato a leggere nei giorni scorsi “Togliamo il disturbo” di Paola Mastrocola, libro di cui avevo già in parte parlato qui.
Nonostante avessi, in passato, una certa stima per la Mastrocola, devo dire che il suo ultimo libro mi sta dando più fastidio perfino di Fabio Volo; non perché sia scritto male, ma per le idee che sostiene. Sintetizzando al massimo, infatti, il libro della Mastrocola si può riassumere in un sillogismo: “La scuola è il luogo in cui si studia; i ragazzi di oggi non studiano; meglio quindi che i ragazzi di oggi facciano altro”.
Per arrivare a queste conclusioni la scrittrice piemontese parte da un’analisi dei giovani di oggi molto discutibile, in cui sostiene che il 90% se non di più dei liceali (e parliamo del liceo scientifico, dove generalmente va “la creme”) non studia e merita più o meno 4 nelle sue interrogazioni, non riuscendo a spiaccicar parola davanti alle domande anche più elementari; passa poi a una critica del “buonismo di sinistra” che vuole gli studenti tutti al liceo e tutti promossi; infine delinea il suo modello di scuola in cui solo i realmente motivati frequentano le lezioni.
Al di là dall’analisi sociologica pacchianamente fasulla (basta analizzare i voti degli Esami di maturità negli scientifici, voti dati da commissioni a maggioranza esterne, per rendersi conto che è un’immane cretinata sostenere che il 90-95% degli studenti non apre libro), la tesi mi pare fallace nei suoi presupposti. Ammettiamo pure che i giovani d’oggi non studino (quando è comunque evidente che, al massimo, non studiano come vuole la Mastrocola, e sappiamo tutti che i professori sono spesso un passo indietro rispetto ai metodi d’apprendimento delle generazioni più nuove); comunque, ammettiamolo. E ammettiamo anche che il 90% degli studenti avrebbe più voglia di stare altrove che non a scuola (ma questo è probabilmente sempre stato vero, almeno nell’ultimo secolo). E allora? Il mestiere dell’insegnante non è quello di dire: “Vai a fare l’idraulico”, come vorrebbe la Mastrocola. Quello spetta ad altri, spetta alla famiglia, spetta allo studente stesso. All’insegnante, come dice la parola, spetta il compito di insegnare, in qualsiasi condizione e con tutte le difficoltà del caso.
Prendete un medico. Potrebbe benissimo dire che oggi ci si ammala molto di più di 30 anni fa (e avrebbe ragione: l’età media si innalza, e così pure i malanni) e che spuntano fuori costantemente nuove e per il momento incurabili malattie. Potrebbe anche lui formulare quindi un sillogismo “alla Mastrocola”: “La medicina è fatta per curare; certe malattie sono incurabili; i malati muoiano e ci lascino in pace”. Che differenza c’è col sillogismo iniziale della Mastrocola? Nessuna, se non che il sillogismo della Mastrocola non ci pare mostruoso come questo. Eppure in realtà i due ragionamenti dicono la stessa cosa: l’insegnante è un medico “culturale”, serve a curare le tue mancanze intellettive, a controllare che tu cresca bene come fa un pediatra quando ti misura il peso e l’altezza. Se ci sono più malati (o, che secondo me è più vero, semplicemente malattie nuove e diverse da quelle a cui eravamo abituati in passato) significa solamente che gli insegnanti si devono impegnare di più, si devono aggiornare, devono trovare nuove cure; non certo dire agli ammalati di andare a morire altrove. Altrimenti che insegnanti (o medici) sarebbero?