Come tutti gli italiani, ho sempre avuto una certa avversione per la Germania calcistica: 4 anni fa la vittoria contro i tedeschi, in casa loro, è stata probabilmente la più eroica e significativa, ma è dal 1970 che la Germania è la nostra storica e principale antagonista. Nonostante questo, però, la selezione teutonica che sta disputando i Mondiali in Sudafrica è probabilmente la più bella e godibile nazionale in maglia bianca che io abbia visto dal vivo: giovane, veloce, brava e micidiale; davanti al leziosismo e alla supponenza degli spagnoli, io faccio nettamente il tifo per loro, non solo per la semifinale. Al di là delle simpatie vecchie o nuove, comunque, l’aspetto più interessante della Germania di Löw è il parallelo con l’Italia che fu di Lippi e che presto sarà di Prandelli. Lo dico subito: secondo me la situazione dei “talenti” italiani è molto simile a quella tedesca; anzi, l’unica differenza è che in Germania il rinnovamento è già iniziato da tempo. I punti in comune sono solo due, ma fondamentali: - sia nella Germania che nell’Italia si è nel bel mezzo di un deciso ricambio generazionale: non ci sono più fuoriclasse di primissima fascia, quelli che valevano svariati milioni di euro e per i quali i grandi club erano disposti a fare carte false; i Kahn, Ballack, Totti, Buffon, Cannavaro hanno raggiunto o stanno raggiungendo un’età che non consente più di esprimersi ad altissimi livelli e i loro successori non si sono ancora (e forse non ci riusciranno mai) dimostrati decisivi. Schweinsteiger, Lahm, Podolski, Klose sono tutti buoni giocatori, ma i primi due prettamente di sostanza, gli altri due relegati in club di scarse ambizioni o in panchina (l’unica eccezione, per me, è Müller, uno che comunque fino all’anno scorso giocava nel Bayern Amateur) - proprio perché il livello medio dei giocatori espresso dai due movimenti non è altissimo, tutti i titolari sia della Nazionale italiana che di quella tedesca giocano in patria, in due campionati tra l’altro che, a parte il colpo di coda della finale di Champions di quest’anno, non sono più ai vertici in Europa (la Bundesliga, anzi, per i coefficienti UEFA è addirittura dietro alla Serie A, anche se la distanza è minima) Davanti a queste due grandi analogie, c’è però, come detto, una grande differenza: la Germania ha cominciato per tempo il suo rinnovamento, investendo nei giovani e ottenendo anche ottimi risultati (un terzo posto quattro anni fa, anche se giocavano in casa, e un posto già assicurato tra i primi quattro anche quest’anno), mentre l’Italia ha ritardato il più possibile questo cambiamento. Se fossimo tedeschi, probabilmente, avremmo portato in Nazionale già anni fa, da titolari, persone come Balotelli, Santon, Giovinco, Marchisio, Giuseppe Rossi. Certo, con dei giovani non ancora “testati” avremmo potuto fare un Mondiale deludente, ma sarebbe stato comunque un investimento sul futuro, avremmo fatto fare esperienza a ragazzi che comunque vada, per vari anni, costituiranno l’ossatura della Nazionale. Certo, ci sarebbe voluto e ci vorrebbe anche ora un allenatore in grado di lavorare con i giovani, in grado di farli giocare con la sfrontatezza che ha dimostrato la Germania di Löw, capace di scendere campo con la tranquillità dei veterani anche quando di fronte ci sono l’Inghilterra o l’Argentina, squadre ben più quotate per la vittoria finale. Chissà che non lo sia Prandelli.