Gli esami sono entrati nel vivo, sono iniziati gli orali e quei pochi fortunati che, finita l’interrogazione, possono gettare i libri dalla finestra (ma in realtà non solo loro: anche chi gli orali deve ancora farli) giustamente iniziano a porsi degli interrogativi su cosa fare da ottobre in poi, o, meglio, cosa fare con il resto della loro vita.
Mi si è chiesto, infatti, giusto ieri sera come ho fatto io, ormai tredici anni fa, a scegliere a che facoltà iscrivermi, e visto che la faccenda è piuttosto lunga e complessa ho deciso di scriverci un post. Almeno così questo raccontino diventerà una specie di vademecum sulle cose da NON fare dopo la fine del liceo.
La premessa è che io sono cresciuto, come ogni buon adolescente, con un sacco di fandonie per la testa. La mia, in particolare, era che credevo che il mestiere del giornalista fosse un mestiere eroico, prestigioso, quasi donchisciottesco: imbevuto di film americani come “Quarto potere” o “Quinto potere” o “Sesto potere” (no, questo non esiste) o l’ancora più meraviglioso “Prima pagina”, sognavo di poter mettere la mia penna al servizio della Verità e del Bene Collettivo, tutti rigorosamente con la lettera maiuscola. Non a caso, alla fine delle scuole medie volevo iscrivermi al Liceo classico, ma mia madre, che il classico l’aveva fatto e che era molto più saggia di me sapendo quanto poco sopportassi la grammatica, m’impose lo scientifico, pena l’abbandono di minore, la diseredazione ed altre amenità del genere. Fece bene, ovviamente.
Nonostante questo e nonostante andassi bene nelle materie scientifiche, matematica in primis, continuavo a crescere con questo sogno nel cassetto. Avrei fatto il giornalista. Di più: avrei fatto l’opinionista, perché nell’ingenuità dell’adolescenza ero convinto che il giornalista facesse essenzialmente quello, dispensasse le sue perle di saggezza a destra e a manca, magari pure da casa, facendosi addirittura pagare. E quando chiedevo: «Che facoltà devo fare per diventare giornalista?», tutti rispondevano «Scienze della comunicazione», che in quegli anni andava incredibilmente di moda. Era a numero chiuso ma non mi preoccupavo più di tanto: dalla mia avevo l’arroganza della gioventù (mica come i giovani di adesso, che temono perfino le interrogazioni di filosofia).
Arrivai così, beato e inconsapevole, fino in quinta superiore, quando finalmente mi decisi a consultare - ma giusto così, per scrupolo - una guida universitaria (al tempo nessuno aveva ancora internet a casa, e forse le università non avevano neppure il sito web). Guardai ovviamente Scienze della comunicazione, che per anni avevo considerato il mio unico sbocco, e lessi alcuni esami che caratterizzavano l’indirizzo: trovavo un sacco di semiotica, semiologia, filosofia e minchiate varie, ma ben poche - se non nessuna - menzioni della parola “giornalismo”. M’informai meglio e capii che in fondo Scienze della comunicazione col giornalismo c’entrava poco, molto poco. Anzi, i soliti bene informati (che, scoprii più tardi, avevano pure ragione) mi dissero addirittura che per diventare giornalista c’erano due modi: o s’iniziava a lavorare in redazione senza un particolare titolo di studio, o si faceva la Scuola di giornalismo. Scienze della comunicazione non rientrava in nessuna delle due modalità.
Questo lo scoprii tipo a maggio del 1998, un mese prima della maturità. «Vabbè - mi dissi - ci penserò dopo gli esami». Mi facevo ben pochi problemi, all’epoca. I miei genitori, nel frattempo, iniziarono a premere perché facessi una qualche Ingegneria o addirittura Matematica o Fisica, loro sogni nel cassetto che si sarebbero realizzati con mia sorella, la secondogenita, ma tre anni più tardi; io, che pure amavo la matematica (la fisica, invece, mi era stata insegnata piuttosto male), sostenevo che le facoltà scientifiche portano a mestieri noiosi tipo l’ingegnere, che all’epoca consideravo più alienante di un incarico come manovale alla catena di montaggio (ingegneri, non odiatemi). Insomma, prendevo tempo.
Feci i miei esami, di cui un giorno forse parlerò più diffusamente, e mi presentai agli orali senza alcuna idea chiara in mente sul mio futuro. Visto che mi reputavo un furbacchione, però, alla classica domanda “Hai già deciso cosa vuoi fare all’università?” risposi, sicuro e spavaldo, con “Certo, Scienze della comunicazione! È a numero chiuso e quindi il voto di maturità ha un certo peso…”. Ero convinto che quello li avrebbe spinti ad alzarmi il voto. Mi ero pure presentano spettinato, con la barba lunghissima e penso addirittura non lavato, certissimo, con quell’immagine, di portarli a pensare che avevo passato le ultime settimane chino sui libri, senza concedermi neppure il tempo della necessaria toeletta. L’ingenuità dei diciannove anni ancora da compiere.
Finiti gli esami, forti del mio bel voto in una sezione sperimentale Fisico-Matematica di un Liceo Scientifico, i miei genitori tornarono alla carica, mio padre soprattutto. E comunque prima o poi dovevo decidere. Una sera, a cena, dissi: «Ascoltate, mi piace il cinema. E se facessi il Dams a Bologna?». C’è mancato poco che mio padre mi sbattesse in strada con ancora la forchetta in mano e il cibo tra i denti. L’estemporanea idea fu subito abortita.
L’illuminazione, lo ricordo ancora benissimo, mi colse in un pomeriggio di luglio. Mia sorella, all’epoca, faceva volontariato presso una portatrice d’handicap che stava in campagna, in una casa che si poteva raggiungere tramite un’impervia stradina che passava sotto a un cavalcavia; lei non aveva la patente, quindi di solito la portava mia madre, anche se a volte mi prestavo io, ancora abbastanza fresco di patente e non ancora incidentato neppure una volta. Quel pomeriggio però il caso volle che andassimo insieme io e mia madre: lei guidava e io le stavo di fianco consultando la famosa Guida universitaria. Arrivati a uno dei tremendi dossi di questa sterrata strada di campagna, proprio sotto il cavalcavia (è praticamente un’epifania alla Joyce), l’occhio mi capitò sulla pagina del corso di laurea in Storia, facoltà di Lettere e Filosofia. Pensai: in storia sono sempre andato bene, dai tempi dei tempi, e in fondo è sempre stata la materia che ho studiato con meno fatica e con maggior velocità. Tra storia e filosofia, poi, la filosofia mi sembrava troppo campata per aria, troppo distante dalla vita vera, mentre la storia era per definizione vissuto, realtà, quotidianità. E poi la guida mostrava come i laureati in storia, tutto sommato, all’interno delle facoltà umanistiche erano quelli che se la cavavano meglio in quanto a possibilità di impiego dopo la laurea (c’erano delle statistiche che avevano l’evidente scopo di terrorizzare gli aspiranti e spingerli verso facoltà con tasse universitarie più alte; però le statistiche di storia terrorizzavano meno di quelle di filosofia o di lettere).
E insomma, dissi: «Mamma, ma ascolta: e se facessi storia?». «Ti piace la storia? E da quando?». «Sempre piaciuta. Storia contemporanea, intendo». «E dove c’è?». «A Bologna e Venezia. Vado a farla a Bologna, che dici?». «E poi che mestiere fai, con la laurea in storia? L’insegnante?». «Mamma! Tutto tranne l’insegnante!» (lo dicevo spesso, all’epoca). «E allora cosa?». «Ma boh, il giornalista magari: dicono che non serve una laurea specifica, ma storia contemporanea è probabilmente quella che ci si avvicina di più, no?». «E se poi cambi idea e non vuoi più fare il giornalista?». «Mamma, ma io sono uno bravo, vado bene in tutto. Vuoi che uno con la mia testa non riesca a trovare un lavoro? Abbi fiducia nella meritocrazia». Mamma mia se ero ingenuo.
E così sono finito a fare storia. E il bello è che lo rifarei subito, anche oggi, se avessi di nuovo diciannove anni.