Provate a parlare con un qualsiasi professore oltre i 50 anni d’età e chiedetegli cosa ne pensa dei giovani d’oggi: quattro volte su cinque troverete una persona frustrata, preoccupata, delusa. A me accade tutti i giorni. I miei colleghi esperti mi dicono che i ragazzi di oggi non sanno scrivere, che hanno un vocabolario limitatissimo, che non studiano, che mancano delle basi della grammatica, della matematica, di qualsiasi materia. In questi giorni, poi, questi professori sono ringalluzziti dall’uscita del nuovo libro di Paola Mastrocola, “Togliamo il disturbo”, in cui la scrittrice-professoressa si lamenta, appunto, del fatto che i ragazzi non sanno più l’italiano, dando la colpa a una serie di riforme e cambiamenti sociali e scolastici. Io il libro non l’ho (ancora) letto, ma avevo letto, anni fa, “La scuola raccontata al mio cane”, che dava già segni, non ancora così netti, di delusione montante.
In parte è vero: il linguaggio si è un po’ impoverito, la punteggiatura tende un po’ a perdersi, e questo è sicuramente dovuto all’arrivo e al successo di internet e dei cellulari, tecnologie a cui anche solo 10 anni fa non eravamo minimamente abituati. Ed è anche vero che i ragazzi di oggi non riescono più così facilmente a passare 8-9 ore consecutive sui libri, come facevano invece senza problemi le vecchie generazioni. Ma questo non vuol dire che i ragazzi di oggi siano più stupidi, né che siano in realtà meno bravi a pensare e ad esprimersi: vuol semplicemente dire che lo fanno in modo diverso. Per dire: i ragazzi di oggi pensano in maniera molto più rapida, anche se magari hanno bisogno di più tempo per sistemare le idee in un testo scritto; sono capaci di fare tantissime cose contemporaneamente (il multitasking!), mentre i nostri padri non riescono, per dire, a scrivere una cosa ed ascoltarne un’altra contemporaneamente. E di esempi ce ne sarebbero molti altri: sono passi avanti o passi indietro? Non lo so, credo che queste cose abbiano i loro vantaggi e i loro svantaggi, ma siano cambiamenti inevitabili.
Quand’ero a scuola io, 15 anni fa, i miei professori dicevano lo stesso di noi: si lamentavano che non conoscevamo nulla di mitologia greca («Ma com’è possibile che non sappiate nulla? Ma come crescerete non conoscendo l’Iliade?»), che non eravamo più abituati a studiare e a faticare e così via. In realtà, io oggi credo tranquillamente di essere più intelligente e abile di gran parte dei miei professori liceali, segno, probabilmente, che non avevano capito nulla.
Dirò di più: provate a leggere una pagina scritta da un medico, da un avvocato, da un qualsiasi professionista laureato e che ha frequentato le scuole 20 o 30 anni fa. Troverete errori osceni, frasi che non stanno in piedi, punteggiatura sparsa a caso. Provate, fatelo davvero. Troverete né più né meno gli errori che fanno i nostri ragazzini oggi a scuola, più o meno nelle stesse proporzioni. Non è, cara Mastrocola, che i ragazzi di oggi non sappiano scrivere; il fatto è che in Italia quasi nessuno sa scrivere. Io sono laureato in storia e quando all’università andavo a fare esami a Italianistica tutti i prof mi dicevano, costantemente: «Finalmente uno che sa scrivere»; e, le assicuro, non sono un genio della scrittura. E allora non è un problema di generazione, di decadenza della cultura occidentale, ma di società e di scuola.
Sapete qual è l’impressione che ho, e che un po’ mi preoccupa anche per il mio futuro? Io credo che questi professori cinquantenni, quando hanno iniziato a insegnare, fossero molto comprensivi nei confronti dei loro alunni, perché in loro vedevano gli stessi difetti a cui erano abituati, che avevano visto anche da studenti. Quando inizi a insegnare hai 25-30 anni e i tuoi alunni 20, e quindi loro fanno gli stessi errori che facevi tu o che facevano i tuoi compagni di classe, e quindi un occhio lo chiudi facilmente. Man mano che invecchi, però, il divario tra te e gli alunni aumenta, e gli errori che questi fanno ti paiono sempre più distanti dalla tua esperienza, sempre più diversi, e inizi a non chiudere più un occhio, perché inizi a pensare che la tua generazione fosse notevolmente migliore e così via. E poi sai come finisce? Finisce che dai voti bassi ai tuoi alunni perché sbagliano gli accenti, ti lamenti dell’ignoranza montante e poi, e l’ho visto fare davvero, nelle mail ai colleghi scrivi «pò» invece di «po’», oppure non sei più in grado di scrivere un verbale di consiglio di classe decente. Giusto perché una volta sì che la scuola funzionava, una volta sì che si stava bene.