Qualche mese fa, come qualcuno ricorderà, ho dato da leggere ai miei studenti una serie di libri (romanzi, commedie, saggi, a seconda della classe) per approfondire certi temi del programma di storia o di filosofia. Nella terza in cui insegno storia, tra le altre cose, ho proposto “Il Consiglio d’Egitto” di Leonardo Sciascia, romanzo poco noto ma molto bello centrato sulla storia vera di un falso storico nella Sicilia del Settecento.
Ovviamente le studentesse, ragazze di terza che non hanno ancora studiato l’Illuminismo né la questione meridionale e che non sono per nulla abituate ad un linguaggio barocco e lessicalmente complesso come quello di Sciascia, hanno avuto qualche difficoltà nella lettura, lamentandosi spesso, durante questi mesi, del compito troppo difficile per loro.
Ad ogni modo, una cosa l’hanno capita al volo. Un paio di settimane fa, infatti, appena entrato in classe vedo una delle ragazze che alza la mano. Le do la parola.
- Prof, noi che stiamo leggendo il libro di Sciascia abbiamo qualche problema su un punto.
- Dimmi - e intanto vedo che alcune iniziano a ridacchiare.
- C’è un passaggio su cui abbiamo discusso, perché alcune lo interpretano in un modo, altre in un altro.
- Ok, vediamo. Hai qui il libro?
- Sì.
- Portamelo.
Lo porta alla cattedra, chiuso.
- Ti ricordi la pagina? - le chiedo.
Interviene un’altra sua compagna: «Pagina 50, prof!».
- Lo sai a memoria, senza bisogno d’avere il libro davanti?
- Eh, me la sono riletta un sacco di volte, quella scena.
Il passaggio incriminato è il seguente:
Ve ne racconto una - disse don Saverio - capitata a me, tre sere or sono. Andavo per la villa in… beh, per i fatti miei… e vedo, voi sapete che ho vista acuta, la… meglio non far nomi: una bella signora, insomma. Stava, tra il bosso, tra la ramaglia, china come a cercare qualcosa. Mi fermo, le chiedo: «Avete perso qualcosa?». Con voce ferma, con freddezza, mi risponde: «Grazie, l’ho già trovata». Tiro avanti ma, voi sapete com’è, mi volto dopo due o tre passi: non si era mossa; e dietro a lei c’era il duca… Non faccio il nome perché vi sarebbe poi facile arrivare a lei, alla signora.
- Sì, sostiene quello che pensate sostenga - dico, un po’ in imbarazzo perché non mi ricordavo di quella scena e le ragazzine hanno pur sempre sedici o diciassette anni - anche se è curioso che del libro, dei personaggi e della trama abbiate capito poco o niente ma di questo passo, che è tutto sommato ambiguo e non esplicito, invece abbiate capito tutto.
- Eh, prof, ci ha colpite molto.
Insomma, nella vita ognuno capisce quel che vuol capire, quel che è incuriosito a capire.
Poi, parlandone, è venuto fuori che anche un altro libro che ho assegnato in quella classe, “L’isola della paura” (il thriller da cui è tratto il film “Shutter Island”), contiene una mezza scena di sesso, anche più esplicita di quella di Sciascia, e che solo “L’assassinio di Roger Ackroyd” di Agatha Christie è, tra quelli assegnati, esente da porcellonate. Mentre a loro spiegavo che ormai sono grandi, che probabilmente scene del genere le vedono in maniera molto più esplicita nei film o nei telefilm eccetera eccetera, un po’ di scrupolo m’è venuto: non è che dovevo scegliere dei libri diversi? Anche in altre terze, in cui faccio filosofia, ho assegnato dei testi dove un po’ di sesso emerge (penso a “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, in cui si parla addirittura di orge, anche se il tutto rimane a parole, o a “Un tram chiamato desiderio”, in cui fa capolino lo stupro) e mi son posto seriamente la domanda se non fosse troppo presto per loro.
Poi, la sera, ho acceso la tv e ho sentito del Presidente del Consiglio che fa bunga bunga con delle prostitute minorenni e mi son detto che no, non è affatto troppo presto.