Un paio di mesi fa ho riletto, per un lavoro di approfondimento che sto conducendo a scuola, in una quinta, “La banalità del male” di Hannah Arendt, il famoso libro-reportage che la filosofa tedesca dedicò all’inizio degli anni Sessanta al processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme. In questi giorni l’ho ripreso in mano e a pag.62 della recente edizione Feltrinelli, datata 2007, ho trovato queste parole:
Malgrado gli sforzi del Pubblico ministero, chiunque poteva vedere che quest’uomo non era un “mostro”, ma era difficile sospettare che non fosse un buffone. […] Che cosa si doveva pensare di un uomo che prima dichiarava solennemente di avere imparato almeno una cosa, nella sua vita sbagliata, e cioè che non si deve mai prestar giuramento (“Oggi nessuno, nessun giudice mi persuaderà mai a fare una dichiarazione giurata, a testimoniare qualcosa sotto giuramento. Mi rifiuto, e mi rifiuto per ragioni morali. L’esperienza mi ha insegnato che se uno resta fedele al giuramento, un giorno ne deve pagare le conseguenze, e perciò io ho deciso una volta per tutte che nessun giudice al mondo e nessun’altra autorità riuscirà mai a farmi giurare, a farmi fare una testimonianza giurata. Non voglio, e nessuno mi potrà costringere”), e, poi, quando gli si diceva che se voleva deporre in propria difesa poteva farlo “sotto giuramento o senza giuramento”, dichiarava senza esitazione che preferiva giurare? Che cosa si doveva pensare di un uomo che dopo aver detto e ripetuto al giudice istruttore e alla Corte che la peggior cosa che avrebbe potuto fare sarebbe stata cercar di sottrarsi alle proprie responsabilità, cercar di salvarsi la pelle e implorare pietà, e poi, su consiglio del difensore, scrisse di proprio pugno un’istanza di grazia?
Per ciò che lo riguardava personalmente, si trattava di stati d’animo mutevoli, e finché egli riusciva a ritrovare nella sua memoria una frase fatta o a inventare sul momento una formula esaltante, era soddisfatto e non si rendeva neppur conto che esistesse una cosa che si chiamava “incoerenza”.
A me, la figura di Eichmann, un contaballe banale, un mediocre omuncolo con una certa dose di abilità organizzative ma incapace di comprendere i fatti e le situazioni che aveva davanti, un uomo che della storia ricordava non tanto gli eventi significativi ma i suoi scatti di carriera, le sue promozioni o i suoi “momenti esaltanti”, quest’uomo dicevo ricorda a tratti il nostro (forse ancora per poco) premier, le sue vanità, le sue incoerenze, il suo essere più buffone che mostro, nonostante qualche mostruosità la commetta. Non faccio, ovviamente, paragoni sui fatti: Eichmann fu uno dei responsabili dell’Olocausto, Berlusconi al confronto è (quasi) un santo, con giusto più soldi e una miglior conoscenza delle persone e dell’utilizzo dei mass-media. Confronto, però, le persone, i caratteri, gli spiriti; e mi sembrano, almeno sotto certi punti di vista, paurosamente simili.