Dico la verità: fino ai 2/3, “500 giorni insieme” mi era piaciuto, e mi era piaciuto anche molto. Poi, nel finale, m’aveva lasciato un po’ d’amaro in bocca e ora, col passare del tempo, inizio a odiarlo. Spiego, con un bel po’ di spoiler, giusto per non farmi odiare senza motivo.
1) gli ammiccamenti. 500 giorni insieme è il classico film furbetto perché cerca costantemente di soddisfare il suo target di spettatore. Prendiamo il protagonista maschile, Tom: è carino ma non troppo perché se fosse stato troppo bello i maschi brutti non ci si sarebbero identificati, e soprattutto è un ragazzo di grandissimo talento ma incompreso e costretto a un lavoro e a una posizione sociale mediocri. Questo, nei film e nelle fiction per tardoadolescenti, è il cliché dei cliché: da Clark Kent a Peter Parker, da Chandler Bing a Chuck Bartowski, il mondo della narrativa per sfigati o pseudo tali è pieno di maschi sottovalutati che servono essenzialmente ad alimentare l’ego e l’immedesimazione degli spettatori (e anche il progetto nel cassetto per uscire dalla mediocrità che la donna alimenta e sostiene è un luogo comune duro a morire). Se a questo poi aggiungiamo i frequenti riferimenti musicali, originali fino a un certo punto (Smiths e Pixies sono pur sempre dei mostri sacri dell’indie che tutti gli appassionati conoscono a menadito), e cinematografici (la nouvelle vague, ricordata all’inizio dalla voce fuori campo, o “Il laureato”), abbiamo presto un film che vive più di citazioni che di realtà. Oltretutto, e concludo il punto, le citazioni sono sostenute con ben poco coraggio: il montaggio non cronologico è in fondo una farsa, perché i balzi in avanti son talmente brevi da non pregiudicare una visione sostanzialmente classica e cronologica della storia d’amore; la voce fuori campo muore subito, quando forse sarebbe stato interessante vedere un film moderno con un’atmosfera alla “Jules e Jim”; Ringo Starr non rimane che una faccia su una copertina di un disco e così via.
2) i personaggi. Se Tom, come abbiamo accennato, è il classico maschio-indie senza nemmeno un particolare realmente originale o fuori posto (insicuro e mediamente imbranato, veste con cardigan e cuffione, ascolta gli Smiths, crede nell’amore e nell’ironia, dopo aver trombato vede le fontane sprizzare e gli sembra di vivere in un musical), Summer/Sole è invece un personaggio costruito per risultare strambo: veste decisamente fuori moda, ha una carta da parati orrenda, ascolta musica da maschi depressi, ama Ringo Starr, suggerisce posizioni erotiche al moroso, non crede nell’amore. Lei è un personaggio realmente interessante, lei è il motore del film, mentre Tom, per quanto possa risultarci simpatico, è il banale catalizzatore del nostro meccanismo di identificazione. È per questo che quando muore il personaggio di Sole/Summer, muore anche il film. Quando lascia Tom e scopre che l’amore esiste, si fidanza e quindi si sposa, Sole/Summer perde tutto quanto aveva di originale, diventa una persona qualsiasi come dimostra l’imbarazzantissima scena sulla panchina verso la fine del film. Anzi, tutte le sue stranezze precedenti sembrano solo un imbroglio, una colossale balla. Summer diventa più banale e vecchia di Tom e tutto quello che c’era stato prima sembra solo un tentativo di uscire dalla mediocrità a cui poi anche Summer cede.
3) il finale. Un happy ending che più riparatorio non si può. Ma per favore: volevate raccontarci una storia realistica e poi cadete nel più banale dei “dopo il dolore c’è sempre un nuovo amore dietro l’angolo”? Con una poi che si chiama Autumn/Luna? Ma perché un film del genere non può finire col protagonista disperato e depresso? Perché non poteva finire nel momento in cui lui le vede l’anello di fidanzamento? In fondo la storia, la storia vera, era finita lì.
4) la morale. Summer/Sole sostiene, all’inizio, che l’amore non esiste, che è un’invenzione. Noi, presissimi da Tom, le urliamo: no, ti sbagli, Tom ti conquisterà, Tom ti dimostrerà che l’amore esiste, eccome. E infatti alla fine Sole si convincerà che l’amore esiste e Tom prima che non esiste e poi, nel rassicurante ripensamento finale, che esiste. Presente però quando Tom dice che i biglietti d’auguri vendono un’idea falsa dell’amore? Be’, il film fa lo stesso. Perché aveva ragione Sole all’inizio: l’amore non esiste. Quello che Tom all’inizio e Sole alla fine chiamano amore non è amore, è innamoramento, è cotta: ed è una cosa che con l’amore c’entra poco o nulla. Io mi innamoro decine di volte in un anno, ma amo una persona sola. Se l’amore fosse realmente quel fuoco dentro a cui pensano i protagonisti del film, nessuna coppia che sta insieme da più di 6 mesi si amerebbe. L’amore non è un sentimento; l’amore è un atto di volontà. L’amore non è una cosa, come sostengono nel film, che «o la senti o non la senti»; quello è l’innamoramento. Di amare lo decidi. Di amare scegli. L’amore romantico, una passione inesauribile e sempre nel suo picco, non esiste; questo genere di amore rapidamente nasce e rapidamente scompare. Quando Sole viene abbordata (in un modo che una ragazza stramba come lei, se fosse stata coerente, non avrebbe mai permesso) da quello che diventerà suo marito, quello che prova non è amore, è una cotta; tempo qualche mese e questa scomparirà: se non saprà sostituirla con dell’amore solido, voluto e duraturo, finirà per trovarsi un amante o divorziare. Questo è quello che penso io, condivisibile o no; ma l’idea che l’amore sia una fiammata che ti prende e non puoi controllare e arriva all’improvviso è di una banalità che erode le fondamenta di tutto il film.
Oh, non sto dicendo che sia un film pessimo: ha molti bei momenti, è divertente, strappa risate e ha due attori protagonisti molto molto bravi; dico solo che avrebbe potuto essere molto più bello e indimenticabile di così e invece si perde nella sua pretenziosità.
Per dimostrarlo, basta fare dei paragoni. Se devo pensare a un film sulla musica e su un amore difficile, penso ad “Alta fedeltà”, che è un film cento volte più bello e onesto, che non usa la musica in maniera furba ma anzi spesso ti spiattella decine (se non centinaia) di riferimenti che conosci poco e fai fatica a distinguere; ed è molto meno rassicurante di “500 giorni”, nonostante anch’esso finisca bene.
Se poi volete pensare a personaggi strambi e montaggio obliquo e al contrasto tra illusioni e realtà, c’è “Eternal sunshine of the spotless mind (Se mi lasci ti cancello)”, che è un film che tutti questi temi li affronta davvero fino in fondo, mentre “500” li accenna solamente per poter dire «visto quanto siamo fighi anche noi?». E quanto più bello è il film con Jim Carrey? Io direi almeno un paio di milioni di volte.
(…) 4) la morale. Summer/Sole sostiene, all’inizio, che l’amore...esiste, che è...
Quoto col sangue.
non ho nemmeno visto il film eh. ma ho evidenziato. e sottolineato. come sui libri di scuola. perchè sì.
molto graziearcazzo.com, ma io non ci avevo mai pensato così a fondo.