Quest’estate, in un pomeriggio di noia e pace, scrissi un post che poi, non so nemmeno per che motivo, forse per dimenticanza, non pubblicai. Mi è rispuntato fuori stamattina e lo posto ora: il tema si è parzialmente evoluto, ma l’epiteto e la tesi di partenza mi sembrano quanto mai attuali. Eccolo.
La volpe, il leone e il porco
Il machiavellismo di Silvio Berlusconi
Dovete adunque sapere come sono dua generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza. Quel primo è proprio dello uomo, quel secondo è delle bestie: ma perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. […] Bisogna adunque essere golpe a conoscere e lacci, e lione a sbigottire e lupi. […] Non può pertanto uno signore prudente né debbe osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. […] Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici gli uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.
Se non fosse per la prosa evidentemente cinquecentesca (e per la notorietà del passo), avrei potuto tranquillamente spacciare le poche righe in apertura per un articolo proposto in questi giorni estivi nella prima pagina de Il Giornale, magari anche a firma del direttore Vittorio Feltri. Si tratta invece di alcuni brani tratti dal celeberrimo capitolo XVIII de Il principe di Niccolò Machiavelli, quello in cui si suggerisce, appunto, che il politico dovrebbe essere «volpe e leone», usando l’astuzia dell’una e la forza dell’altro, non badando perciò ai consueti canoni morali.
È proprio pensando al labile confine tra etica e politica che Machiavelli si mosse, cinquecento anni fa, per dare i suoi consigli ai reggenti dell’epoca, confine che ancora oggi occupa le prime pagine dei nostri mezzi d’informazione in maniera sempre più assillante. L’estate, infatti, ha visto il culmine di quella che i giornali hanno ribattezzato la questione morale, aperta dai finiani all’interno del Pdl e poi esportata dai mezzi di comunicazione controllati dal Cavaliere verso la persona da cui aveva preso avvio, cioè il Presidente della Camera Gianfranco Fini.
Un’espressione, questione morale, che pare tra l’altro piuttosto ampia, tanto da racchiudere i casi di Scajola e Bertolaso (su cui pendono sospetti di corruzione), Dell’Utri e Cosentino (accusati di vicinanza a clan malavitosi), Verdini e Caliendo (additati come membri di un gruppo segreto che avrebbe esercitato pressioni di vario tipo e a vari livelli istituzionali). Una questione morale che eravamo abituati a vedere agitata più che altro nei confronti del leader del Pdl - plurimputato, al centro di un vistoso conflitto d’interessi e dalle discutibili frequentazioni - ma che ora si sta spostando a colpire più i suoi fedelissimi che non direttamente la sua figura e le sue aziende.
Ora, al di là delle opportunità del momento, Silvio Berlusconi ha sempre manifestato con i suoi disegni di legge e con le sue parole di fuoco un chiaro orientamento sulla questione: per lui, semplicemente, la questione morale non esiste. E il motivo è evidentemente machiavellico: morale e politica si occupano di questioni diverse. Scriveva lo studioso rinascimentale, all’inizio del capitolo XVIII: «Quanto sia laudabile in un principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: nondimanco si vede per esperienza, ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto […]; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà».
Sarebbe bello, insomma, se un governante fosse una persona moralmente ineccepibile, corretta, equilibrata, ma in genere in questo modo non si raggiungono i risultati sperati. Tesi confermata, secoli dopo, da Benedetto Croce in Etica e politica: «Laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a un’operazione chirurgica, chiede un onest’uomo […] ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina o in chirurgia […]. Perché è evidente che le pecche che possa eventualmente avere un uomo fornito di capacità e genio politico, se concernono altre sfere di attività, lo renderanno improprio in quelle sfere, ma non già nella politica».
Siamo, è evidente, davanti a puro ghedinismo: quando La Repubblica, lo scorso anno, propose le celebri dieci domande al premier che partivano dallo scandalo suscitato dalle sue «frequentazioni con minorenni» e prostitute, i difensori del Presidente del Consiglio usarono ampiamente questo argomento. Non conta quello che Berlusconi fa nella sua vita privata, l’importante è che sappia governare.
Esistono però tre differenze fondamentali tra Berlusconi e la metafora crociana del chirurgo appena citata, tralasciando per il momento i presunti successi dei governi del centrodestra. In primis, infatti, è vero che l’importante sono le qualità professionali del chirurgo, ma è anche vero che nessun chirurgo opera da solo. Se il chirurgo portasse nella sua equipe non medici e infermieri qualificati e adeguatamente preparati ma una serie di amici (il proprio avvocato, il proprio commercialista, il proprio consulente finanziario, la propria amante), non saremmo forse legittimamente preoccupati?
Inoltre, se dobbiamo rischiare la vita su un tavolo operatorio, lo facciamo molto più volentieri in un ospedale in cui i bravi chirurghi sono più d’uno che non in un nosocomio in cui c’è un solo luminare e una serie di assistenti senza arte né parte, biechi lustrascarpe del genio del bisturi. Ci viene ancora una volta in soccorso Machiavelli, stavolta nel capitolo XXII:
Quando tu vedi el ministro pensare più a sé che a te […] mai te ne potrai fidare […]. E dall’altro canto el principe per mantenerlo buono debba pensare al ministro, onorandolo, faccendolo ricco, obligandoselo, partecipandoli li onori e carichi, acciò che vegga che non può stare sanza lui […].
Infine, ed è il punto più dolente, una cosa è che il mio chirurgo evada le tasse o maltratti la moglie, un’altra è che sia disonesto con me. Se, ad esempio, il chirurgo mi promettesse che l’operazione non lascerà alcuno strascico e poi, invece, mi ritrovassi obbligato a letto per due mesi, la cosa non mi entusiasmerebbe di certo; e, ancora, se il chirurgo volesse una bustarella sottobanco per impiantarmi una protesi migliore, non sarebbe forse un danno diretto per me e per la mia salute?
A dire il vero, rileggendo oggi Il Principe di Machiavelli vengono al pettine tutti i nodi del berlusconismo, dagli inizi tutto sommato “morbidi” alla attuale deriva. Anzi, rifacendoci alle caratteristiche che il pensatore fiorentino identificava nel perfetto governante, è abbastanza facile individuare nella politica berlusconiana una fase della volpe, caratterizzata dalle frequentissime bugie, elettorali e non (per un compendio, basti il libro Le mille balle blu di Gomez e Travaglio, che risale al 2006 e avrebbe bisogno di un aggiornamento), e una del leone, individuabile a nostro avviso con il discorso del predellino, in cui il Cavaliere ha mostrato i muscoli, mettendo in riga gli alleati e obbligandoli ad entrare in un nuovo partito a sua immagine e somiglianza.
Fin qui, potremmo dire, niente di nuovo sotto il sole: per secoli la politica si è giocata su questi strappi alla morale, più o meno evidenti, più o meno espliciti. Ci sono però due fondamentali appunti da fare per inquadrare al meglio il fenomeno-Berlusconi e quello che rappresenta e forse rappresenterà per l’Italia nel futuro.
In primo luogo, Il Principe è un testo scritto in gran parte nel 1513, quando l’Italia (e l’Europa) era governata da uomini che ottenevano il potere o per discendenza dinastica o tramite quello che oggi definiremmo un golpe; la democrazia, insomma, era qualcosa di impensabile, così come l’alternanza di governo. Lo scopo del libro, infatti, è, nelle parole dello stesso autore, mostrare ad un principe come «vincere e mantenere lo stato», ovvero come conquistare il potere e tenerselo. Che il Presidente del Consiglio di una democrazia occidentale, nel ventunesimo secolo, s’ispiri nella sostanza ad una sorta di vademecum per tiranni cinquecenteschi è abbastanza emblematico e preoccupante.
Ma non è solo questo: c’è un secondo aspetto che fa ancora più allarmare. Dopo aver imparato ad essere volpe e leone, Berlusconi negli ultimi tempi ha dimostrato la vicinanza - metaforicamente parlando, s’intende - con un altro animale: il maiale o, per usare un epiteto che è stato, pare erroneamente, attribuito alla sua ex moglie, il porco. Se la volpe è l’emblema dell’astuzia capace di rimangiarsi la parola e il leone lo è della forza violenta, il porco è il simbolo di chi vive nella melma, sporco e puzzolente, di chi rimesta nel torbido, di chi grugnisce invece di parlare. È la fase nuova del berlusconismo, la fase contraddistinta dagli scandali sessuali e che ha visto nascere, spesso dal nulla, attacchi contro Dino Boffo e il giudice Raimondo Mesiano, contro Ezio Mauro e Gianfranco Fini, una fase caratterizzata dal gettar fango, anche inventandolo di sana pianta, contro quelli che sono considerati gli avversari del momento per distogliere l’attenzione dai propri guai personali. Una fase che alcuni giudicano come l’ultimo colpo di coda, l’ultimo tentativo di salvarsi dalla decadenza inevitabile e ormai irrimandabile del premier; una decadenza politica e insieme morale, una “malattia”, quasi, che finirà prima o poi per segnare il tramonto del premier. Una malattia, però, che ci pare possa e si stia trasformando, almeno per il momento, in un punto di forza del premier: il problema è capire quanto durerà.