Ormai son parecchi anni che partecipo a Consigli di classe, e ogni volta la maggior parte degli insegnanti passa il tempo a ripetere sempre le stesse frasi, anno dopo anno. Una di queste, probabilmente la più frequente, è: «Questi ragazzi dovrebbero imparare che lo studio è fatica e sacrificio». Ne sono talmente convinti che, a guardarli da fuori, temo che gli insegnanti sembrino il più delle volte persone che han fatto l’università per puro autolesionismo e che ora insegnano per una sorta di gusto sadico, quasi fosse piacevole vedere ragazzi che si spaccano la testa a fare cose che odiano. Molti insegnanti ragionano proprio così: una materia non deve piacere, ma deve essere odiata e far fare fatica.
Certo, lo studio è fatica e sacrificio, ma se fosse solo quello io francamene mi sarei messo a fare dell’altro nella vita. Lo studio è, grazie al cielo, anche passione, interesse, soddisfazione. I ragazzi lo sanno già, lo sanno tutti fin dalla prima elementare che lo studio è sacrificio: è proprio per questo che non studiano, o che studiano male e controvoglia. Non serve un insegnante per farglielo capire. Quello che bisogna fargli capire è che studiare può essere anche interessante, utile, vantaggioso; magari non sempre, ma a volte, anzi spesso, sì.
Un’altra delle frasi che sento spesso, almeno nei licei, è: «È dalla prima che ripetiamo ai genitori che questa non è una scuola per lei/lui, ma non vogliono cambiare». Che, tradotto, il più delle volte significa: «Allo studente la scuola interessa, ma secondo me non è abbastanza intelligente quindi sto facendo di tutto per farlo andare via».
La terza frase, in ordine di frequenza, è: «Ma questi non sanno fare proprio niente». Ovvero: «Ma allora ho proprio ragione a non avere nessuna fiducia in loro».
E poi ci stupiamo degli scarsi risultati internazionali della nostra scuola.