ovvero:
Quest’anno in programma metto Lost, Shutter Island, Agatha Christie e Philip K. Dick
Non ho mai capito la differenza tra filosofia “alta” e “bassa”, tra ricerca filosofica e divulgazione. Per come la vedo io, non c’è differenza: la ricerca filosofica dev’essere sempre divulgativa, altrimenti a cosa serve? A che pro, ad esempio, parlare di etica o metafisica se poi ci si tiene il frutto delle proprie ricerche e dei propri pensieri per sé o per i propri intimi?
La distinzione tra ricerca e divulgazione ha senso in certi ambiti, come ad esempio la matematica o la fisica, in cui si ricercano cose talmente specialistiche e complesse che la persona comune non solo farebbe una fatica del diavolo a capirle, ma probabilmente non ne sarebbe particolarmente colpita neppure se le capisse. Diverso è il discorso della filosofia, che ha tra i suoi grandi temi il comportamento umano, l’esistenza di qualcosa che vada al di là della fredda materia, i diritti e gli ordinamenti politici. Lo stesso vale per la storia: i comportamenti umani, che siano dei singoli o delle masse, aiutano chiunque a capire o a relazionarsi col presente, sia l’accademico che l’uomo della strada.
Per questo non sopporto quei professori che sembrano sfidare gli studenti a una sorta di gara: io ve la presento nella maniera più difficile possibile, vediamo se riuscite a starmi dietro. La sfida ha senso se la classe è in grado di sostenerla; ma se ce la fa uno su trenta, non ne ha. Le nostre scuole sono piene zeppe di studenti che escono dal liceo senza aver capito un’acca di filosofia: la studiano, la imparano a memoria ma non capiscono cosa voglia dire. Spesso mi capita di andare a far esami e, pensando di aiutare l’esaminando, di chiedere degli esempi, delle applicazioni concrete di un certo ragionamento filosofico. Mi dico: magari non riesce a esprimere i concetti in modo adeguato, ma almeno avrà capito il senso del discorso. Ebbene, il più delle volte cascano dalle nuvole. L’esempio più eclatante è quello dell’imperativo categorico di Kant: la legge morale secondo cui dovremmo comportarci in modo tale che la massima del nostro comportamento possa diventare base di una legge universale. Quando la chiedi agli studenti, tutti ti sfoderano la loro definizione imparata a memoria, e va anche bene perché l’imparare a memoria serve anche in qualche caso ad acquisire un certo tipo di linguaggio e un po’ di rigore; quando però chiedi cosa significhi quell’imperativo in concreto, cioè cosa prescrive nella vita di tutti i giorni, quasi sempre vanno in crisi. Non sono affatto rare le interrogazioni che funzionano così: «Senti, mettiamo che tu oggi pomeriggio debba scegliere tra lo studiare e l’andare in piazza: cosa sceglieresti se volessi seguire l’imperativo categorico?». «L’imperativo categorico dice che mi devo comportare in modo tale che la mia massima possa diventare base di una legge universale». «Ok, e cioè? Studi o vai in piazza?». «Non lo so, prof! Che domande mi fa?». Io sogno un mondo in cui tutti gli studenti possano capire le implicazioni pratiche della filosofia, non solo quelli più bravi e più svegli, e in cui quelli più bravi siano semplicemente in grado di veder meglio le sfumature nascoste e di esprimersi con un linguaggio più adeguato.
Ma la colpa, ripeto, è anche dei professori (e di certi libri vecchio stampo), che, con la scusa che la materia necessita di un linguaggio alto, non fanno mai nemmeno un passo per andare incontro ai loro studenti. Certo, in alcuni casi ci sono dei concetti complessi che possono essere espressi solo con ragionamenti e un linguaggio complessi, ma non sempre è così. Platone, per dirne uno, ha espresso alcuni dei concetti più astrusi e complicati della filosofia occidentale, eppure li ha quasi sempre presentati tramite miti, cioè favolette esemplificative che qualsiasi nostro studente riesce almeno in parte a comprendere. E trovare professori liceali di filosofia che, oggigiorno, hanno un atteggiamento più aristocratico di Platone nel IV secolo a.C. mi fa sempre molto ridere.
È un po’ anche per questi motivi che ogni anno, parallelamente al programma tradizionale, tento di far svolgere ai miei studenti dei percorsi di approfondimento, quando ne ho il tempo. Son percorsi che hanno la malcelata ambizione di far capire che la filosofia e la storia non sono materie da topi di biblioteca, ma hanno fortissime implicazioni nella nostra vita di tutti i giorni; perché è a questo che servono le materie che si studiano a scuola: ci dovrebbero insegnare a vivere, ad occupare un posto nel mondo, ad essere consapevoli di quel che ci accade attorno. L’idea di fondo, insomma, è questa: far leggere ai ragazzi libri che non hanno apparentemente nulla a che fare con la storia e la filosofia, ma che direttamente o indirettamente affrontano dei temi che rientrano nel programma. Temi che poi vengono approfonditi, ma solo in un secondo momento, con brani prettamente filosofici.
Visto che quest’anno ho lavorato a lungo sulla scelta dei libri e, magari, qualcuno potrebbe interessare anche a voi, ho deciso di metter giù la lista, come se si trattasse di alcuni consigli di lettura del club del libro. Eccoli.
- In terza, per storia, il tema che ho scelto è “Lo storico come un detective: la critica delle fonti, le prove e le congetture”. I libri che ho dato da leggere (uno per studente, dividendo gli studenti in gruppi numericamente equilibrati) sono:
• Agatha Christie - L’assassinio di Roger Ackroyd
• Dennis Lehane - L’isola della paura (da cui è tratto il film ‘Shutter Island’)
• Leonardo Sciascia - Il Consiglio d’Egitto
- Sempre in terza, ma per filosofia, il tema che ho scelto è “Le passioni che turbano l’anima: è possibile controllarle? A quali costi?”. I libri (in questo caso ho optato per i drammi: ogni studente dovrà leggerne tre):
• William Shakespeare - Amleto
• William Shakespeare - Otello
• William Shakespeare - Romeo e Giulietta
• Molière - Don Giovanni
• Molière - Il malato immaginario
• Carlo Goldoni - La locandiera
• Carlo Goldoni - Le baruffe chiozzotte
• Edmond Rostand - Cyrano de Bergerac
• Anton Cechov - Il gabbiano
• Luigi Pirandello - Enrico IV
• Eduardo De Filippo - Napoli milionaria!
• Noel Coward - Breve incontro
• John Osborne - Ricorda con rabbia
• Tennessee Williams - Un tram che si chiama desiderio
• Edward Albee - Chi ha paura di Virginia Woolf?
- In quarta, per filosofia, il tema è “Lo stato di natura: l’uomo è un animale sociale o è lupo per gli altri uomini?”. I libri (e non solo):
• William Golding - Il signore delle mosche
• Cormac McCarthy - La strada
• Philip K. Dick - Cronache del dopobomba
• Lost, serie 1, episodi 1-8 (ebbene sì)
- In quinta, infine, oso, spostandomi dalla narrativa alla saggistica (anche se di facile comprensione) col tema “Banalità, autorità e massificazione possono essere alla base del male morale?”. I libri:
• Hannah Arendt - La banalità del male
• Zygmut Bauman - Modernità e Olocausto
• Piero Bocchiaro - Psicologia del male
Buona lettura.
Scrip lo stimo tanto....piace fargli da editor...coi tweet...