In una polverosa e antica biblioteca, ho trovato questa mattina un manoscritto risalente probabilmente a qualche secolo fa. Lo riporto così come l’ho trovato, anche se vi sono, mi sembra, delle incongruenze storiche. Probabilmente si tratta di un racconto di pura fantasia, una specie di storia di fantascienza scritta nell’Ottocento o nel Settecento ma che sembra aver previsto correttamente molte cose della realtà odierna.
Il professor X era un insegnante precario di Poonia. Il suo nome era inserito, regolarmente, nella graduatoria da cui venivano pescati i supplenti già da qualche anno, e aspettava solo che si liberasse qualche posto tramite pensionamento per ottenere un incarico fisso.
Il sistema di selezione delle graduatorie di Poonia era un sistema basato quasi esclusivamente sull’anzianità: chi era in graduatoria da più tempo, indipendentemente dal merito o dagli studi, stava davanti. Il professor X, quindi, aveva avuto per anni davanti a sé persone che facevano i supplenti da molto tempo; poi, via via, molti erano stati assunti e X aveva scalato le posizioni: prima sesto, poi quarto, infine secondo, dietro la professoressa Y, insegnante più vecchia di una decina d’anni.
La professoressa Y, però, non era la classica supplente: lei aveva già un lavoro più o meno fisso in una scuola privata legata alla religione dominante a Poonia, il poonesimo, ma rimaneva in graduatoria perché, si sa, la scuola poonesiana non paga come quella pubblica, né dà le stesse garanzie. Y, quindi, aveva da anni elaborato un vero e proprio sistema: teneva il lavoro alla scuola privata (che comunque qualche punto in graduatoria lo dava), mentre accettava piccole supplenze di due o tre ore settimanali vicine a casa, per continuare a rimanere in testa alla graduatoria. Così facendo, ovviamente, toglieva ore a chi stava dietro, in primis al professor X, ma poco importa: ognuno, in questi casi, bada al suo tornaconto.
Tutto andava abbastanza bene finché sulla scuola del paese di Poonia non si abbattè la scure del ministro Esamini, interessato a risparmiare al massimo e a tagliare le spese dell’istruzione: molti docenti rimasero a casa, senza lavoro. Anche il professor X subì la stessa sorte: la professoressa Y, infatti, mantenne il lavoro nella scuola privata poonesiana ma accettò delle ore anche nella scuola pubblica, togliendo, di fatto, ogni possibilità a X. Ma X non se la prese, ovviamente: la colpa era del ministro, non di Y.
L’anno successivo, però, avvenne qualcosa di inatteso. Per una fortunata serie di eventi, perché si sa che la fortuna prima toglie ma dopo dà, il professor X ottenne una supplenza di 18 ore in una buona scuola. La professoressa Y non l’aveva voluta, quella stessa supplenza: lei aveva già un lavoro, 18 ore nel pubblico per lei erano troppe, così come d’altro canto non aveva mai potuto permettersi di recarsi in sedi lontane, dove invece il professor X si era affaticato per vari anni. Tutti contenti, quindi? Non proprio.
Nella suddetta scuola, infatti, avanzavano due ore nello stesso insegnamento di X e Y. La normativa di Poonia, al riguardo, era molto chiara: queste ore andavano offerte ai docenti interni, fissi o precari che fossero, e solo nel caso in cui questi le avessero rifiutate sarebbero state offerte all’esterno. X, insomma, era sicuro e dava per scontato che queste due ore sarebbero andate a uno dei docenti interni o a lui.
Un bel giorno, però, X si vide spuntare a scuola la collega Y, fresca di nomina per le famose due ore. «Com’è possibile? - si chiese - Nessuno mi ha chiesto niente». Normativa alla mano, si recò quindi in segreteria per chiedere spiegazioni.
«Senta, signora - disse alla segretaria - ho visto che sono state assegnate due ore della mia classe di concorso ad una docente esterna».
«Sì», rispose lei.
«Ma a me risulta che in realtà, prima di esser date fuori, dovevano essere offerte a me».
«No, non credo. È sicuro?».
«Guardi, ho la norma qui con me. Aspetti che le trovo il punto».
«Ah, sì, sì, è vero».
«Come “è vero”? Non le ho ancora trovato il punto preciso…».
«Sì, be’, mi è tornato in mente».
«Ah, così velocemente?».
«Eh».
«Be’, insomma, la norma mi pare parli chiaro…».
«Sì, ma ormai io ho fatto il contratto, hanno fatto l’orario…».
«Ho capito, ma l’orario non è definitivo. E comunque qui si tratta di un diritto violato…».
«Vuol dire che vuole quelle due ore?».
«Be’, sì, spetterebbero a me».
«Dovrei chiedere alla signora Y».
«Come? Mica deve chiederle il permesso. Casomai dovrà parlare col preside…».
«Ah sì, giusto. Ma perché vuole quelle ore?».
«Be’, sa, sono precario: l’anno scorso non ho lavorato, l’anno prossimo molto probabilmente non lavorerò. Due ore significano più di 1.500 pooni in un anno: io non li butterei via».
«Sì ma anche gli altri hanno bisogno di lavorare».
«Certo, ma la signora Y già lavora, e da anni. Stia tranquilla che non tolgo il pane a nessuno. Sono io quello che è rimasto e rimarrà senza lavoro, non lei».
«Oh, sì, be’, io non ne so niente di queste faccende».
«Appunto, non ne sa niente. Allora? Avete intenzione di riparare all’errore?».
«Devo farla parlare col preside, domani».
Il giorno dopo il professor X tornò a scuola per parlare col preside Z, famoso, a suo stesso dire, per il suo essere moralmente integerrimo. Nel frattempo, il professor X aveva parlato con un sindacalista e con la segreteria di altre scuole, che gli avevano spiegato che l’errore commesso era grossolano ed evidente, talmente grossolano da far dubitare che fosse un errore e far sospettare a una scelta più che a una svista. D’altronde, la professoressa Y da anni trovava sempre due o tre ore vicino a casa, anche quando di ore non ce n’erano da nessuna parte, e il sospetto, sostenuto da alcune voci di corridoio, era che la signora avesse qualche appoggio altolocato, magari tra gli alti sacerdoti della religione poonese; religione, tra l’altro, che si dichiarava sempre vicina agli umili e agli oppressi ma non mancava occasione di opprimere e umiliare qualcuno, di tanto in tanto. In ogni caso, l’errore era così evidente che, gli dissero, ogni scuola normale, in casi del genere, correggeva subito autonomamente lo sbaglio in “autotutela”, proprio per evitare lunghi e fastidiosi ricorsi. Il professor X, quindi, si recò dal preside fiducioso che il diritto e il buon senso fossero dalla sua parte.
«Salve, preside, sono il professor X».
«Ah, salve, salve, si accomodi. Senta, mi hanno spiegato la situazione, per quelle due ore».
«Certo».
«Ecco, vede, noi ormai abbiamo fatto le nomine, abbiamo fatto l’orario. Certo, c’è stata una svista, probabilmente ci è sfuggito di chiedere a lei, ma ormai per noi è difficile».
«Mi rendo conto, però anche lei si renderà conto che questo problema non l’ho creato io, io l’ho solo subito. L’errore è della segreteria, non mio».
«Sì, certo. Ma posso chiederle perché ci tiene a queste due ore?».
«Perché sono precario e qualche soldo, soprattutto di questi tempi di lavoro che c’è e non c’è, non si butta certo via. E poi in passato tutti hanno sfruttato i loro diritti, perché non dovrei sfruttarli io?».
«Guardi, se si tratta di soldi possiamo anche pensare a qualche progettino, qualcosa…».
«Cioè, mi sta offrendo dei soldi perché rinunci alle due ore?».
«No, le dico che per noi è difficile tornare sui nostri passi, ma forse possiamo venirle incontro capendo che anche lei è stato penalizzato».
«Guardi, preside, io sono venuto qui con tutte le migliori intenzioni, non accusando nessuno ma chiedendo che mi venisse riconosciuto un diritto e corretto un errore. Ora però mi sembra che lei non abbia intenzione di porre rimedio alla cosa. In genere, noi, nella gloriosa scuola di Poonia, educhiamo i ragazzi prima di tutto al rispetto delle regole, e poi, nel caso in cui queste regole vengano infrante, li puniamo con sospensioni, note sul registro e così via, imponendogli di rimediare al loro errore. Facciamo corsi di educazione alla legalità, di educazione civica, facciamo fior di discorsi, e lei per primo, sull’importanza formativa delle regole… e poi però qui le regole mi sembra non vengano rispettate e non si faccia niente per rimediare ai propri errori…».
«Vede, c’è anche una signora che perderebbe il posto, il lavoro».
«No, non c’è. C’è una signora che perderebbe un SECONDO lavoro. Il problema è: dare un secondo lavoro a me, che ne ho diritto, o darlo a lei, che non ne ha diritto?».
«Guardi, parliamoci chiaro. Lei cosa vuole fare? Un ricorso?».
«Be’, se lei mi dice che non ha intenzione di fare niente per sistemare la situazione, sì, io faccio ricorso».
«Be’, allora lei faccia ricorso, poi vedremo».
Uscito, il professor X chiamò il sindacalista con cui aveva parlato il giorno prima, spiegandogli l’andamento del colloquio.
«Guarda - gli disse il sindacalista - tu hai pienamente ragione e il ricorso al 99% lo vinci. Il problema è se ne valga la pena».
«Cioè?».
«Cioè stiamo parlando di tempi lunghi, e poi il discorso che ti ha fatto il preside mi fa pensare che, nel caso tu gli faccia ricorso, lui trovi il modo per renderti la vita impossibile a scuola. Sai, permessi non dati, orari strampalati, riunioni supplementari…».
«Ah. Ma le scuole normalmente non risolvevano questo genere di errori senza dover andare in ricorso?».
«Normalmente sì, non gli costa nulla. Quelle che ti ha detto il preside son tutte scuse: per loro risolvere la questione in autotutela è una cosa ben poco impegnativa, al momento. Evidentemente, se non vogliono correggere l’errore è perché per loro quello non è un errore, ma una cosa voluta».
«Ah. Ma è una porcata, allora».
«Certo, è una porcata. Ma tu devi badare al tuo interesse».
«Sì, ma la Y così non solo prende soldi che andrebbero a me, ma fa anche più punti in graduatoria. Se quell’incarico fosse andato a me, i punti non li avrebbe fatti e io mi sarei avvicinato».
«Ma l’avresti superata?».
«No, mi sarebbe stata ancora avanti per qualche punto».
«Allora non ne vale la pena. Ripeto: possono renderti la vita un inferno».
«Per favorire una che ha già un lavoro?».
«Per favorire una raccomandata da qualcuno di potente, credo».
E così il professor X rinunciò all’idea di fare un ricorso: per una volta sperava che la legge lo avrebbe avvantaggiato dopo esserne stato tanto svantaggiato, ma combattere contro i mulini a vento non si adattava a un professore che aveva anche altro da fare nella vita.
Fortuna, vien da dire, che si tratta di una storia di fantasia, perché se fosse vera sarebbe molto triste. Ma è di sicuro fantascienza: mica esistono davvero, la Poonia, il poonesimo e così via. Il resto forse sì, ma la Poonia no di sicuro.