Diritti e doveri
La cosa più irritante, di tutta questa faccenda del fuorionda di Gianfranco Fini, è per me quella frase, ripetuta lì come altrove: «Berlusconi è stato eletto quindi ora ha il diritto-dovere di governare». Irritante non perché sottolinei il fatto che Berlusconi abbia vinto le elezioni (oddio, in verità è un po’ irritante, ma oggi non è questo il punto) quanto perché palesemente falsa. Non esiste il diritto di governare, è un’invenzione di Berlusconi e del suo entourage; gli unici che reclamavano di avere il diritto di governare erano i re, ma da duecent’anni a questa parte quest’espressione non la si è più sentita. Almeno fino ad oggi.
Ragioniamoci sopra un attimo, richiamandoci ai cardini di Locke. Siamo una democrazia, quindi il potere risiede nel popolo. Noi, come tutti i popoli occidentali, eleggiamo dei rappresentanti a cui affidiamo, provvisoriamente e limitatamente, il potere, in modo che lo amministrino in nostra vece. Chi vince le elezioni è quindi un nostro rappresentante, un nostro delegato, un nostro servitore: è chiamato a svolgere un compito che noi gli affidiamo. Il capo non è lui; il capo siamo noi. È come se il proprietario di un’azienda affidasse a un amministratore delegato la sua impresa: il capo rimane comunque il proprietario, a cui l’amministratore delegato deve periodicamente rendere conto. Nessuno si sognerebbe di dire che l’amministratore delegato ha il diritto di far andare avanti l’azienda; semplicemente perché questo diritto non ce l’ha. Ne ha il dovere, perché è lautamente ricompensato dal proprietario con stipendio e posizione sociale.
Allo stesso modo Berlusconi non ha nessun diritto nei confronti del potere; ha solo dei doveri nei nostri confronti, e a noi deve rendere conto di quello che fa.
Un’altra cosa mi preme dire e riguarda processi e dimissioni, ma è legata a quanto detto finora. Berlusconi sta subendo, e ha subito in passato, vari procedimenti penali. Finora non è mai stato condannato, a volte perché il reato è caduto in prescrizione, a volte perché assolto. I berluscones sostengono che ci sia una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti e che i giudici vogliano togliergli questo fantomatico “diritto a governare”. Falso. E spiego anche perché.
Contro Berlusconi non c’è una persecuzione. Dicono i suoi tifosi: «Berlusconi è stato indagato solo da quando è entrato in politica e molto più di tutti gli altri imprenditori italiani. Non sarà un santo, ma nessuno lo è: perché su di lui tanto accanimento e sugli altri no?». A parte alcune imprecisioni, diamo per vera questa tesi. Ipotizziamo che Berlusconi sia un imprenditore come gli altri, che abbia commesso qualche marachella (qualche evasione fiscale qua e là, qualche finanziamento illecito, qualche patto più o meno esplicito di non belligeranza con la mafia eccetera) ma che solo contro di lui si scagli con tanta forza la scure giudiziaria. Mettiamoci cioè nell’ordine di idee di ragionare come Sandro Bondi o Bruno Vespa (anche se “ragionare”, accostata a tali nomi, è una parola grossa). Ebbene, anche ragionando in questa maniera, il castello non regge: quando è scoppiata Tangentopoli, quasi vent’anni fa, è venuto alla luce un sistema di corruzione immenso. I giudici, lo sostiene anche Vespa nel suo libro che ho letto da poco, hanno dovuto operare una scelta: non riuscendo a perseguire tutti, hanno dovuto cercare di colpire il cuore del sistema. E il cuore del sistema era la politica. Vespa sostiene, criticandoli, che i pm si sono accaniti contro i politici e non contro gli imprenditori, anche se per mettere in piedi un sistema di corruzione servono sia il corrotto che il corruttore. Vero. Spesso gli imprenditori se la sono cavata con pene lievi, mentre i politici hanno visto chiudersi irrimediabilmente la loro carriera. Ma, francamente, mi sembra giusto. Se non riesco a perseguire e punire tutti, devo cercare almeno di far crollare il sistema, di fare in modo che una cosa del genere non si ripeta in futuro. Cioè colpire la politica. Se colpisco gli imprenditori, i politici sono in grado di farsi corrompere perfino dagli impiegati, dagli operai, da chiunque; se colpisco i politici, gli imprenditori non avranno più nessuno da corrompere.
Silvio Berlusconi, quindi, ha subito varie inchieste, più di qualsiasi altro imprenditore italiano, semplicemente perché è entrato in politica, perché è un politico. In questo non c’è niente di male, anzi, mi sembra doveroso. Chi si occupa, come dice lui, della “cosa pubblica” deve sottoporsi a un’attenzione doppia o tripla rispetto agli altri cittadini. Ricordate: il potere è nostro e noi lo affidiamo a un delegato. Se fossimo quei proprietari di azienda di prima e fossimo in cerca di un amministratore, non faremmo delle indagini accurate sui candidati? Non vorremmo che tutte le loro attività precedenti fossero chiare e trasparenti ai nostri occhi? Non verificheremmo il suo curriculum? Non vorremmo essere sicuri di come ha fatto carriera, se basandosi sulle sue forze o sugli aiuti di altri? Mi sembrano tutte domande legittime.
Proprio per il fatto che Berlusconi non ha il diritto di governare, ma il dovere di farlo, si arriva a un’unica conseguenza possibile: Berlusconi, ora, dovrebbe dimettersi. Spiego perché. All’estero, nei paesi anglosassoni ma non solo, c’è questa strana usanza: quando un politico viene indagato dalla magistratura, sia per fatti personali che per eventuali reati commessi nell’esercizio del proprio incarico, rassegna le dimissioni. A volte i politici si dimettono anche per indagini che non riguardano loro stessi ma, impensabile da noi, solo dei parenti (ricorderete recentemente del ministro inglese che si è dimesso per una nota spese del marito). Perché lo fanno? Son tutti pazzi? Addirittura, si dimettono anche se si professano innocenti, anche se in prima persona loro non c’entrano niente. Perché mai? In realtà il ragionamento è molto semplice: chi governa ha il dovere di governare, cioè di far andare avanti il paese al meglio delle sue possibilità. Se un governante viene coinvolto in un’inchiesta, sia che sia innocente, sia che sia colpevole, non può più svolgere al meglio il proprio compito, sia perché deve prepararsi per affrontare un processo, sia perché le polemiche e i sospetti bloccherebbero ogni sua azione di governo. Basta guardare cosa sta succedendo adesso in Italia: sono mesi che il governo non agisce più da governo ma non fa altro che difendere il suo capo. Non ci sono leggi, non ci sono manovre, non ci sono iniziative: è solo una strenua lotta a difesa del capo. Tutto questo, in un altro paese, sarebbe intollerabile perché il capo del governo è un incaricato del popolo, è un dipendente, e come ogni dipendente deve rendere conto di quello che fa e di quello che non fa. Se il nostro amministratore delegato subisse un’inchiesta che ne pregiudica il lavoro, gli chiederemmo di prendersi un’aspettativa, per il bene suo e nostro. Ma qui in Italia siamo convinti che i nostri sottoposti in realtà siano i nostri capi.