Si è sempre detto - o almeno l’ho sempre detto io - che Rovigo ha il più alto rapporto di follower pro-capite, cioè che vi è una concentrazione di cosiddette twitstar abnorme rispetto al numero di abitanti, ma nessuno aveva mai provato a mettere alla prova questa leggenda metropolitana convocando una twitpizza sul bel (?) suolo polesano.
Visto che a noi rodigini piace sfidare la sorte (non a caso viviamo in mezzo a due fiumi sempre in procinto di straripare) abbiamo deciso di provare a sfatare il mito optando per la stagione meno indicata, quella delle nebbie che ti circondano e non solo impediscono ai “foresti” di giungere in città, ma anche agli stessi rodigini di capire se sono ancora vivi oppure no. Ricordate la celebre scena della nebbia nell’Amarcord di Fellini? Ecco, Rovigo con la nebbia è peggio.
E così ieri sera, 22 gennaio 2012, ci siamo radunati in 8, ma con picchi poi di 12 persone (il dessert, si sa, attira sempre molti passanti, indipendentemente dal fatto che siano iscritti oppure no a Twitter) per una buona pizzata in compagnia. Visto che in passato ho sempre sciorinato, più che altro perché restino a futura memoria, dei resoconti di eventi simili, non potevo certo risparmiarmi da quello della twitpizza rodigina.
Erano presenti (nell’ordine seguito nel giro di presentazioni):
- @dgardina, avventuriero sulle strade dell’Inghilterra (che gira in lungo e in largo pur di sfuggire al Polesine), Apple-paladino, guida turistica per tutti gli arbitri di pallavolo che di tanto in tanto si recano in città. È inutile che proviate a seguirlo su Twitter perché non accetta gli sconosciuti, quindi buttatevi direttamente su Facebook (ndr: il lucchetto è stato tolto, quindi ora potete buttarvi pure su Twitter… e poi dicono che i post su Tumblr non servono).
- @edurocc, programmatore e possessore di gatto peloso (dopo la sua app per iPhone che permette di controllare le slide di PowerPoint e Keynote ci aspettiamo l’app che permetta di controllare anche gli animali da compagnia) (e anche l’app per controllare le suocere, che ce n’è ancora più bisogno), è stato l’unico veramente puntuale: mentre noi aspettavamo gli avventori al freddo dell’aria aperta, lui era dentro al caldo a twittare.
- @cliccacrive, quella che senza dubbio, moglie a parte, conoscevo meglio di persona, dati i trascorsi liceali e le amicizie comuni. È arrivata direttamente da Milano e ha retto stoicamente alla stanchezza e soprattutto alle chiacchiere da nerd. A quanto è emerso dalla serata, fa sport e si vede, parole di @intotheCoil.
- @altierigian, ragazzo dotato di una buona educazione che sfocia nello spam compulsivo (ogni volta che qualcuno lo followa su Twitter, lui ringrazia senza fare la mention in apertura, cosicché la sua timeline è tutta un grazie qua e grazie là), dal vivo sembra il tipico studente di scienze politiche. E, guarda caso, studia scienze politiche.
- Eleonora, imbucata (non è presente né su Twitter né su Facebook, quindi è stata guardata da tutti con una preoccupazione che nemmeno i tunisini a Lampedusa), ha tenuto un discorso ai presenti sulle iniziative del sito Rovigoduepuntozero.it e all’uscita, appena appena celata dalla nebbia, mi ha raccontato cosa dicono di me i miei studenti in giro per la città.
- @Zennatwist, al quale facevo animazione quando era un bimbo alto un metro e uno sputo (lui e i suoi amici tra noi animatori venivano amabilmente chiamati “i nanetti”) mentre ora sarà almeno uno e novanta; arrivato per il caffè armato solo di un maglione rosso fuoco e di una Moleskine, come un Hemingway in maglione rosso fuoco.
- @Sbianconiglio, la scrip del futuro, nel senso che alla sua età anch’io studiavo a Lettere e filosofia (anche se lei studia proprio lettere mentre io facevo storia), scribacchiavo sui quotidiani e sognavo di fare il giornalista. Lei mi sembra più sveglia di com’ero io, quindi le auguro di scegliere una suocera migliore. Stava benissimo vicino al maglione rosso di Zennatwist.
- Cinzia, altra imbucata, ma con la scusa di essere mia moglie. La conoscevo già. Prima ha spiegato il suo odio per le tipe che su Foursquare le rubano barando le mayorship, poi è stata l’unica a ordinare la pasta e infine invece del dolce s’è mangiata (con @intotheCoil) la frutta con la cioccolata della fonduta. Se era normale non la sposavo, ovviamente.
- @scrip, ovvero lo scrip del passato, presente e futuro. Ho ordinato la torta Sacher e così il Nanni Moretti che è dentro di me ha esultato. Ho sparlato di colleghi sconvolgendo vari ascoltatori e su Fabio Volo mi sono molto contenuto (almeno mi è parso, ma magari è un’impressione solo mia).
- @anarchicco, l’unico non rodigino della combriccola. Dopo che più o meno tutti avevano detto “padovani di merda” per quindici minuti, lui ha confessato di essere di Albignasego. Come se il difetto di essere padovano non bastasse, odia pure Apple e sostiene che il suo pc apre Photoshop più in fretta del Mac. Ha rischiato il linciaggio, ma io ho apprezzato il coraggio.
- @intotheCoil, partner di @anarchicco, rodigina emigrata a Venezia. Finalmente ci siamo incontrati dopo aver scoperto, in questi anni, che i nostri genitori si conoscono e vanno a cena assieme e che sua madre, quest’anno, è mia collega. Le ho sconvolto l’esistenza rivelandole il lavoro e il successo di amicizie comuni, mentre lei ha sconvolto la mia rivelandomi il colore delle acque della laguna veneziana e il fatto che in tutta Venezia non ci sia un solo forno a legna per fare la pizza come si deve.
- Massimo, altro imbucato, è arrivato al pagamento del conto: pensavamo facesse il bel gesto di offrire lui, ma non c’è stato verso. Non è su Twitter però in compenso su Facebook è presente due volte (ma lui si ostina a provare di farci credere che l’altro sia un omonimo). Pure lui lo conoscevo da prima, anche se ora ha un sacco di capelli bianchi (scusa Massi, non ho resistito).
Chi non sta su Twitter non capirà questo Titolo condito da @ e #. Ma siccome non credo che mi legga qualcuno al di fuori della cerchia di Twitter, non ve lo spiego nemmeno.
Il nostro @Scrip, Ermanno Ferretti all’anagrafe, esce domani in tutte le librerie fisiche del Paese e in tutte le librerie…
Sono usciti in questi giorni un po’ in tutta Italia i nuovi manifesti per la campagna tesseramento 2011 del Popolo delle Libertà. Ebbene sì, nonostante il vistoso calo di popolarità del partito di Berlusconi, i suoi promoter hanno pensato fosse il caso di chiamare alle armi nuovi adepti, sicuri che questi accorreranno sulla nave che affonda.
Per prima cosa, saggiamente, hanno tirato via la faccia e il nome di Berlusconi, sperando così che uno s’iscriva non capendo bene a quale partito s’iscrive.
Poi, il secondo punto della strategia consiste nella decisione di sovrabbondare nelle preposizioni articolate, segno di fiducia nella crescita, di incentivo all’economia, di uno Stato che, anche col poco che ha, riesce a fare grandi cose. Da qui la frase che chiude tutti i cartelloni: «Iscriviti al il Popolo della Libertà». Doppia preposizione, sempre meglio abbondare, come dice Silvio alle sue festicciole.
Peccato che queste accorte operazioni di marketing siano state vanificate da alcuni clamorosi errori, dei veri e propri refusi che sono comparsi in tipografia e di cui i grandi gerarchi del partito non si sono ancora accorti. Ve li segnaliamo.

Ad esempio, qui è evidente che si è persa una parola: lo slogan elaborato dal Cavaliere e dalla sua task force era infatti “Sai distinguere il vero dal falso? No? Iscriviti al il Popolo della Libertà”. Ma andiamo avanti.

Qui l’errore consiste invece nella sbadata sostituzione di una lettera con un’altra. Lo slogan infatti recitava “Vuoi difendere la sua libertà?”. Infine concludiamo.
Qui manca ancora una volta un pezzo di frase. In origine la scritta era: “Ami davvero il tuo paese di merda?”.
Che dire? Non esistono più i tipografi di una volta.
Come ben sapete, sono abituato a viaggiare nei meandri dei brutti libri. In questi anni, per curiosità e sfida, ho letto Bruno Vespa e Federico Moccia, Melissa P. e Fabio Volo, e ne sono sempre uscito più o meno indenne. Di alcuni ho pensato che fossero dei libri fastidiosi e pericolosi, ma sempre in maniera tenue; ero, insomma, convinto che una persona con un minimo d’intelligenza e senso critico fosse in grado di disinnescarne la pericolosità e quindi che fossero libri da prendere un po’ in giro e poi basta, morta lì.
Come ho già scritto ieri, sto ora invece leggendo “Togliamo il disturbo” di Paola Mastrocola, libro che ha venduto moltissimo specie tra gli insegnanti, e inaspettatamente lo sto trovando il libro più pericoloso che abbia letto negli ultimi tempi, più di Volo, più di Moccia, più perfino di Vespa (Feltri non l’ho mai provato, però, quindi magari potrei presto ricredermi). Un libro talmente stupido - sì, devo dirlo: stupido, e anche parecchio rancoroso - che mi stupisce possa averlo scritto una donna stimata e affermata come la Mastrocola. Un libro che ad ogni pagina mi suscita un moto di rabbia, il desiderio di rispondere per le rime e far tornare sulla Terra chi crede di stare invece sulla Luna (c’è pure un’evidentissima vena di altezzosità, da professoressa acida di italiano).
Ogni pagina che leggo, insomma, darebbe materiale per un tweet, perché è così che in genere zittisco i miei moti d’indignazione, ma diventerebbero centinaia e di interesse molto specifico. Quindi ho pensato di scrivere due o tre cose qui, le più significative che ho trovato finora, più che altro per togliermi il pensiero e sfogarmi.
Prima cosa: la Mastrocola dice che i suoi alunni di liceo scientifico al 90% (percentuale sua) non sanno assolutamente scrivere e che sono oramai irrecuperabili. I ragazzi di oggi, insomma, non conoscono la grammatica e la sintassi; ma io vorrei che provasse a leggere come scrivono i ragazzi di ieri: ho lavorato per anni in un quotidiano, ricevendo e correggendo gli articoli di numerosi quarantenni, cinquantenni e sessantenni ex liceali, professionisti, laureati, spesso addirittura insegnanti, e vi assicuro che mediamente scrivono molto ma molto peggio dei liceali di oggi. Non è che i ragazzi non sappiano scrivere; è che nessuno, in Italia, sa scrivere.
Ma non basta: la Mastrocola ammette candidamente di non correggere nemmeno più gli errori dei suoi alunni, che lei giudica “ormai irrecuperabili”, e di scrivere soltanto, di fianco all’errore, la parola “ruggine”, ad indicare che hanno il cervello e il linguaggio arrugginito. Lo dice davvero, non sto esagerando: non corregge lo sbaglio, la frase incriminata, ma ci scrive solo “ruggine”. Ecco, io a una così, se fosse mia insegnante, sognerei che le si arrugginisse l’auto (per non parlare di quello che augurerei alla sua carrozzeria). D’altronde, forse è vero che i suoi alunni non studiano: quale studente studierebbe davanti a una che al primo test d’ingresso, a settembre, gli dicesse che non sa scrivere e ragionare e che è irrecuperabile? Se il tuo prof ti giudica inadatto e incapace di migliorare, sappiamo tutti che sei già condannato, indipendentemente da quanto tu possa studiare, e allora tanto vale.
Infine, nel secondo capitolo se la prende con internet, lamentando che ognuno ormai può dire la sua e non c’è più senso dell’autorevolezza e del rispetto: una volta parlavano solo gli esperti, solo i critici letterari, mentre oggi tutti credono di poter giudicare un libro, un autore, una teoria. Non capivo questo accanimento: la democrazia vuol dire che ognuno - e sì, anche chi non ci capisce una mazza - può esprimere la sua opinione (d’altronde, proibire alla gente di esprimere un’opinione mi sembra un po’ pericoloso, no? È il prezzo della libertà) e internet non fa altro che rendere questo possibile, coi suoi pregi e i suoi difetti. Eppure la Mastrocola spende pagine per dire che dal ‘68 in poi abbiamo rovinato tutto, con la democrazia e internet. Poi ho capito da dove derivava tutto questo accanimento. A pagina 102 scrive: «Ecco, ciascuno sente di avere qualcosa da dire. E lo dice. Oggi può dirlo. E in modo molto facile, immediatamente accessibile: accende il computer, digita, clicca, entra. Entra in Internet Bookshop, per esempio, e scrive quel che gli pare su chi gli pare».
Cioè tutto ‘sto casino solo perché qualcuno, non un critico qualificato ma magari un suo ex studente sgrammaticato, ha criticato un suo libro su ibs? Quando vedrà - se lo vedrà - questo post cosa farà? Scriverà un’enciclopedia?
Ho iniziato a leggere nei giorni scorsi “Togliamo il disturbo” di Paola Mastrocola, libro di cui avevo già in parte parlato qui.
Nonostante avessi, in passato, una certa stima per la Mastrocola, devo dire che il suo ultimo libro mi sta dando più fastidio perfino di Fabio Volo; non perché sia scritto male, ma per le idee che sostiene. Sintetizzando al massimo, infatti, il libro della Mastrocola si può riassumere in un sillogismo: “La scuola è il luogo in cui si studia; i ragazzi di oggi non studiano; meglio quindi che i ragazzi di oggi facciano altro”.
Per arrivare a queste conclusioni la scrittrice piemontese parte da un’analisi dei giovani di oggi molto discutibile, in cui sostiene che il 90% se non di più dei liceali (e parliamo del liceo scientifico, dove generalmente va “la creme”) non studia e merita più o meno 4 nelle sue interrogazioni, non riuscendo a spiaccicar parola davanti alle domande anche più elementari; passa poi a una critica del “buonismo di sinistra” che vuole gli studenti tutti al liceo e tutti promossi; infine delinea il suo modello di scuola in cui solo i realmente motivati frequentano le lezioni.
Al di là dall’analisi sociologica pacchianamente fasulla (basta analizzare i voti degli Esami di maturità negli scientifici, voti dati da commissioni a maggioranza esterne, per rendersi conto che è un’immane cretinata sostenere che il 90-95% degli studenti non apre libro), la tesi mi pare fallace nei suoi presupposti. Ammettiamo pure che i giovani d’oggi non studino (quando è comunque evidente che, al massimo, non studiano come vuole la Mastrocola, e sappiamo tutti che i professori sono spesso un passo indietro rispetto ai metodi d’apprendimento delle generazioni più nuove); comunque, ammettiamolo. E ammettiamo anche che il 90% degli studenti avrebbe più voglia di stare altrove che non a scuola (ma questo è probabilmente sempre stato vero, almeno nell’ultimo secolo). E allora? Il mestiere dell’insegnante non è quello di dire: “Vai a fare l’idraulico”, come vorrebbe la Mastrocola. Quello spetta ad altri, spetta alla famiglia, spetta allo studente stesso. All’insegnante, come dice la parola, spetta il compito di insegnare, in qualsiasi condizione e con tutte le difficoltà del caso.
Prendete un medico. Potrebbe benissimo dire che oggi ci si ammala molto di più di 30 anni fa (e avrebbe ragione: l’età media si innalza, e così pure i malanni) e che spuntano fuori costantemente nuove e per il momento incurabili malattie. Potrebbe anche lui formulare quindi un sillogismo “alla Mastrocola”: “La medicina è fatta per curare; certe malattie sono incurabili; i malati muoiano e ci lascino in pace”. Che differenza c’è col sillogismo iniziale della Mastrocola? Nessuna, se non che il sillogismo della Mastrocola non ci pare mostruoso come questo. Eppure in realtà i due ragionamenti dicono la stessa cosa: l’insegnante è un medico “culturale”, serve a curare le tue mancanze intellettive, a controllare che tu cresca bene come fa un pediatra quando ti misura il peso e l’altezza. Se ci sono più malati (o, che secondo me è più vero, semplicemente malattie nuove e diverse da quelle a cui eravamo abituati in passato) significa solamente che gli insegnanti si devono impegnare di più, si devono aggiornare, devono trovare nuove cure; non certo dire agli ammalati di andare a morire altrove. Altrimenti che insegnanti (o medici) sarebbero?
Il 3 gennaio 1925, dopo l’omicidio Matteotti, Mussolini pronunciò un celebre discorso al Parlamento in cui, tra le altre cose, disse: «Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi». Furono parole a cui seguì la dittatura.
Oggi l’europarlamentare della Lega, Mario Borghezio, intervistato da Radio24 sui fatti di Norvegia, ha dichiarato: «Le idee di Breivik sono condivisibili, […] molte buone, alcune ottime. […] In Europa i movimenti che dicono queste cose prendono il 20%. Siamo in 100 milioni a pensarla così». Uno dei responsabili direi che lo abbiamo individuato. Gli altri?
Ho finito di leggere “Il giorno in più” di Fabio Volo, e lo si può riassumere così.
Parte come il diario di una sedicenne («L’ho vista in autobus e l’ho guardata riflessa sui finestrini», «Forse dovrei parlarle, forse no, forse sì, forse no», «Mi ha sfiorato la mano! Mi ha sfiorato la mano!»), poi prosegue come un Harmony («Il nostro rapporto è in crisi, lui non mi capisce», «Devo seguirla a New York, devo fare una pazzia!», «Ecco il diario in cui ho scritto di te per mesi»), poi ancora diventa un porno stile Elio in “Cara ti amo” («Ti passo un cubetto di ghiaccio intinto nel Cointreau sulla pancia dopo di che ti scopo bendata»), con tanto di immancabile doccia nudi, unguenti spalmati qua e là e pose acrobatiche (ma non troppe). Tutto questo nella prima metà del libro. Poi ritorna ad essere un Harmony scritto da un quindicenne e rimane così fino alla fine, con tanto di scontatissimo appuntamento a Parigi.
In mezzo a tutte queste diverse fasi, Volo ci propina alcune interessantissime pagine sulla stitichezza del protagonista e sul modo migliore di fare le puzzette in camera con la propria fidanzata, pagine che esprimono indubbiamente tutto il travaglio interiore del personaggio ma che forniscono anche un utile vademecum al lettore con problemi di motilità intestinale. Infine, alcune pagine sono pure state dedicate ai giochi da fare con un preservativo pieno d’acqua; per completare il quadro da adolescente sfigato mancava solo una guida pratica per combattere l’acne.
Gli esami sono entrati nel vivo, sono iniziati gli orali e quei pochi fortunati che, finita l’interrogazione, possono gettare i libri dalla finestra (ma in realtà non solo loro: anche chi gli orali deve ancora farli) giustamente iniziano a porsi degli interrogativi su cosa fare da ottobre in poi, o, meglio, cosa fare con il resto della loro vita.
Mi si è chiesto, infatti, giusto ieri sera come ho fatto io, ormai tredici anni fa, a scegliere a che facoltà iscrivermi, e visto che la faccenda è piuttosto lunga e complessa ho deciso di scriverci un post. Almeno così questo raccontino diventerà una specie di vademecum sulle cose da NON fare dopo la fine del liceo.
La premessa è che io sono cresciuto, come ogni buon adolescente, con un sacco di fandonie per la testa. La mia, in particolare, era che credevo che il mestiere del giornalista fosse un mestiere eroico, prestigioso, quasi donchisciottesco: imbevuto di film americani come “Quarto potere” o “Quinto potere” o “Sesto potere” (no, questo non esiste) o l’ancora più meraviglioso “Prima pagina”, sognavo di poter mettere la mia penna al servizio della Verità e del Bene Collettivo, tutti rigorosamente con la lettera maiuscola. Non a caso, alla fine delle scuole medie volevo iscrivermi al Liceo classico, ma mia madre, che il classico l’aveva fatto e che era molto più saggia di me sapendo quanto poco sopportassi la grammatica, m’impose lo scientifico, pena l’abbandono di minore, la diseredazione ed altre amenità del genere. Fece bene, ovviamente.
Nonostante questo e nonostante andassi bene nelle materie scientifiche, matematica in primis, continuavo a crescere con questo sogno nel cassetto. Avrei fatto il giornalista. Di più: avrei fatto l’opinionista, perché nell’ingenuità dell’adolescenza ero convinto che il giornalista facesse essenzialmente quello, dispensasse le sue perle di saggezza a destra e a manca, magari pure da casa, facendosi addirittura pagare. E quando chiedevo: «Che facoltà devo fare per diventare giornalista?», tutti rispondevano «Scienze della comunicazione», che in quegli anni andava incredibilmente di moda. Era a numero chiuso ma non mi preoccupavo più di tanto: dalla mia avevo l’arroganza della gioventù (mica come i giovani di adesso, che temono perfino le interrogazioni di filosofia).
Arrivai così, beato e inconsapevole, fino in quinta superiore, quando finalmente mi decisi a consultare - ma giusto così, per scrupolo - una guida universitaria (al tempo nessuno aveva ancora internet a casa, e forse le università non avevano neppure il sito web). Guardai ovviamente Scienze della comunicazione, che per anni avevo considerato il mio unico sbocco, e lessi alcuni esami che caratterizzavano l’indirizzo: trovavo un sacco di semiotica, semiologia, filosofia e minchiate varie, ma ben poche - se non nessuna - menzioni della parola “giornalismo”. M’informai meglio e capii che in fondo Scienze della comunicazione col giornalismo c’entrava poco, molto poco. Anzi, i soliti bene informati (che, scoprii più tardi, avevano pure ragione) mi dissero addirittura che per diventare giornalista c’erano due modi: o s’iniziava a lavorare in redazione senza un particolare titolo di studio, o si faceva la Scuola di giornalismo. Scienze della comunicazione non rientrava in nessuna delle due modalità.
Questo lo scoprii tipo a maggio del 1998, un mese prima della maturità. «Vabbè - mi dissi - ci penserò dopo gli esami». Mi facevo ben pochi problemi, all’epoca. I miei genitori, nel frattempo, iniziarono a premere perché facessi una qualche Ingegneria o addirittura Matematica o Fisica, loro sogni nel cassetto che si sarebbero realizzati con mia sorella, la secondogenita, ma tre anni più tardi; io, che pure amavo la matematica (la fisica, invece, mi era stata insegnata piuttosto male), sostenevo che le facoltà scientifiche portano a mestieri noiosi tipo l’ingegnere, che all’epoca consideravo più alienante di un incarico come manovale alla catena di montaggio (ingegneri, non odiatemi). Insomma, prendevo tempo.
Feci i miei esami, di cui un giorno forse parlerò più diffusamente, e mi presentai agli orali senza alcuna idea chiara in mente sul mio futuro. Visto che mi reputavo un furbacchione, però, alla classica domanda “Hai già deciso cosa vuoi fare all’università?” risposi, sicuro e spavaldo, con “Certo, Scienze della comunicazione! È a numero chiuso e quindi il voto di maturità ha un certo peso…”. Ero convinto che quello li avrebbe spinti ad alzarmi il voto. Mi ero pure presentano spettinato, con la barba lunghissima e penso addirittura non lavato, certissimo, con quell’immagine, di portarli a pensare che avevo passato le ultime settimane chino sui libri, senza concedermi neppure il tempo della necessaria toeletta. L’ingenuità dei diciannove anni ancora da compiere.
Finiti gli esami, forti del mio bel voto in una sezione sperimentale Fisico-Matematica di un Liceo Scientifico, i miei genitori tornarono alla carica, mio padre soprattutto. E comunque prima o poi dovevo decidere. Una sera, a cena, dissi: «Ascoltate, mi piace il cinema. E se facessi il Dams a Bologna?». C’è mancato poco che mio padre mi sbattesse in strada con ancora la forchetta in mano e il cibo tra i denti. L’estemporanea idea fu subito abortita.
L’illuminazione, lo ricordo ancora benissimo, mi colse in un pomeriggio di luglio. Mia sorella, all’epoca, faceva volontariato presso una portatrice d’handicap che stava in campagna, in una casa che si poteva raggiungere tramite un’impervia stradina che passava sotto a un cavalcavia; lei non aveva la patente, quindi di solito la portava mia madre, anche se a volte mi prestavo io, ancora abbastanza fresco di patente e non ancora incidentato neppure una volta. Quel pomeriggio però il caso volle che andassimo insieme io e mia madre: lei guidava e io le stavo di fianco consultando la famosa Guida universitaria. Arrivati a uno dei tremendi dossi di questa sterrata strada di campagna, proprio sotto il cavalcavia (è praticamente un’epifania alla Joyce), l’occhio mi capitò sulla pagina del corso di laurea in Storia, facoltà di Lettere e Filosofia. Pensai: in storia sono sempre andato bene, dai tempi dei tempi, e in fondo è sempre stata la materia che ho studiato con meno fatica e con maggior velocità. Tra storia e filosofia, poi, la filosofia mi sembrava troppo campata per aria, troppo distante dalla vita vera, mentre la storia era per definizione vissuto, realtà, quotidianità. E poi la guida mostrava come i laureati in storia, tutto sommato, all’interno delle facoltà umanistiche erano quelli che se la cavavano meglio in quanto a possibilità di impiego dopo la laurea (c’erano delle statistiche che avevano l’evidente scopo di terrorizzare gli aspiranti e spingerli verso facoltà con tasse universitarie più alte; però le statistiche di storia terrorizzavano meno di quelle di filosofia o di lettere).
E insomma, dissi: «Mamma, ma ascolta: e se facessi storia?». «Ti piace la storia? E da quando?». «Sempre piaciuta. Storia contemporanea, intendo». «E dove c’è?». «A Bologna e Venezia. Vado a farla a Bologna, che dici?». «E poi che mestiere fai, con la laurea in storia? L’insegnante?». «Mamma! Tutto tranne l’insegnante!» (lo dicevo spesso, all’epoca). «E allora cosa?». «Ma boh, il giornalista magari: dicono che non serve una laurea specifica, ma storia contemporanea è probabilmente quella che ci si avvicina di più, no?». «E se poi cambi idea e non vuoi più fare il giornalista?». «Mamma, ma io sono uno bravo, vado bene in tutto. Vuoi che uno con la mia testa non riesca a trovare un lavoro? Abbi fiducia nella meritocrazia». Mamma mia se ero ingenuo.
E così sono finito a fare storia. E il bello è che lo rifarei subito, anche oggi, se avessi di nuovo diciannove anni.