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12/04/2009

Canzoni in lingua originale

La moglie ogni tanto canticchia qualche canzone in inglese. Fra tutte, quella che, da quando la conosco, ripete più spesso è “Oh, Freedom”, celeberrimo spiritual sugli schiavi. Il testo è il seguente:

Oh, Freedom

Oh, Freedom

Oh, Freedom over me

and before I’d be a slave

I’ll be buried in my grave

and go home

to my Lord

and be free.

La moglie, invece, al posto di «I’d be buried in my grave» canta «Everybody in my grave». Della serie: organizziamo una bella festa nella mia tomba. Tanto c’è posto. Come on, everybody in my grave!

Fa molto Twilight dei poveri.

Text posted at 4:29 PM (22 hours ago) | Permalink

12/04/2009

Diritti e doveri

La cosa più irritante, di tutta questa faccenda del fuorionda di Gianfranco Fini, è per me quella frase, ripetuta lì come altrove: «Berlusconi è stato eletto quindi ora ha il diritto-dovere di governare». Irritante non perché sottolinei il fatto che Berlusconi abbia vinto le elezioni (oddio, in verità è un po’ irritante, ma oggi non è questo il punto) quanto perché palesemente falsa. Non esiste il diritto di governare, è un’invenzione di Berlusconi e del suo entourage; gli unici che reclamavano di avere il diritto di governare erano i re, ma da duecent’anni a questa parte quest’espressione non la si è più sentita. Almeno fino ad oggi.

Ragioniamoci sopra un attimo, richiamandoci ai cardini di Locke. Siamo una democrazia, quindi il potere risiede nel popolo. Noi, come tutti i popoli occidentali, eleggiamo dei rappresentanti a cui affidiamo, provvisoriamente e limitatamente, il potere, in modo che lo amministrino in nostra vece. Chi vince le elezioni è quindi un nostro rappresentante, un nostro delegato, un nostro servitore: è chiamato a svolgere un compito che noi gli affidiamo. Il capo non è lui; il capo siamo noi. È come se il proprietario di un’azienda affidasse a un amministratore delegato la sua impresa: il capo rimane comunque il proprietario, a cui l’amministratore delegato deve periodicamente rendere conto. Nessuno si sognerebbe di dire che l’amministratore delegato ha il diritto di far andare avanti l’azienda; semplicemente perché questo diritto non ce l’ha. Ne ha il dovere, perché è lautamente ricompensato dal proprietario con stipendio e posizione sociale.

Allo stesso modo Berlusconi non ha nessun diritto nei confronti del potere; ha solo dei doveri nei nostri confronti, e a noi deve rendere conto di quello che fa.

Un’altra cosa mi preme dire e riguarda processi e dimissioni, ma è legata a quanto detto finora. Berlusconi sta subendo, e ha subito in passato, vari procedimenti penali. Finora non è mai stato condannato, a volte perché il reato è caduto in prescrizione, a volte perché assolto. I berluscones sostengono che ci sia una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti e che i giudici vogliano togliergli questo fantomatico “diritto a governare”. Falso. E spiego anche perché.

Contro Berlusconi non c’è una persecuzione. Dicono i suoi tifosi: «Berlusconi è stato indagato solo da quando è entrato in politica e molto più di tutti gli altri imprenditori italiani. Non sarà un santo, ma nessuno lo è: perché su di lui tanto accanimento e sugli altri no?». A parte alcune imprecisioni, diamo per vera questa tesi. Ipotizziamo che Berlusconi sia un imprenditore come gli altri, che abbia commesso qualche marachella (qualche evasione fiscale qua e là, qualche finanziamento illecito, qualche patto più o meno esplicito di non belligeranza con la mafia eccetera) ma che solo contro di lui si scagli con tanta forza la scure giudiziaria. Mettiamoci cioè nell’ordine di idee di ragionare come Sandro Bondi o Bruno Vespa (anche se “ragionare”, accostata a tali nomi, è una parola grossa). Ebbene, anche ragionando in questa maniera, il castello non regge: quando è scoppiata Tangentopoli, quasi vent’anni fa, è venuto alla luce un sistema di corruzione immenso. I giudici, lo sostiene anche Vespa nel suo libro che ho letto da poco, hanno dovuto operare una scelta: non riuscendo a perseguire tutti, hanno dovuto cercare di colpire il cuore del sistema. E il cuore del sistema era la politica. Vespa sostiene, criticandoli, che i pm si sono accaniti contro i politici e non contro gli imprenditori, anche se per mettere in piedi un sistema di corruzione servono sia il corrotto che il corruttore. Vero. Spesso gli imprenditori se la sono cavata con pene lievi, mentre i politici hanno visto chiudersi irrimediabilmente la loro carriera. Ma, francamente, mi sembra giusto. Se non riesco a perseguire e punire tutti, devo cercare almeno di far crollare il sistema, di fare in modo che una cosa del genere non si ripeta in futuro. Cioè colpire la politica. Se colpisco gli imprenditori, i politici sono in grado di farsi corrompere perfino dagli impiegati, dagli operai, da chiunque; se colpisco i politici, gli imprenditori non avranno più nessuno da corrompere.

Silvio Berlusconi, quindi, ha subito varie inchieste, più di qualsiasi altro imprenditore italiano, semplicemente perché è entrato in politica, perché è un politico. In questo non c’è niente di male, anzi, mi sembra doveroso. Chi si occupa, come dice lui, della “cosa pubblica” deve sottoporsi a un’attenzione doppia o tripla rispetto agli altri cittadini. Ricordate: il potere è nostro e noi lo affidiamo a un delegato. Se fossimo quei proprietari di azienda di prima e fossimo in cerca di un amministratore, non faremmo delle indagini accurate sui candidati? Non vorremmo che tutte le loro attività precedenti fossero chiare e trasparenti ai nostri occhi? Non verificheremmo il suo curriculum? Non vorremmo essere sicuri di come ha fatto carriera, se basandosi sulle sue forze o sugli aiuti di altri? Mi sembrano tutte domande legittime.

Proprio per il fatto che Berlusconi non ha il diritto di governare, ma il dovere di farlo, si arriva a un’unica conseguenza possibile: Berlusconi, ora, dovrebbe dimettersi. Spiego perché. All’estero, nei paesi anglosassoni ma non solo, c’è questa strana usanza: quando un politico viene indagato dalla magistratura, sia per fatti personali che per eventuali reati commessi nell’esercizio del proprio incarico, rassegna le dimissioni. A volte i politici si dimettono anche per indagini che non riguardano loro stessi ma, impensabile da noi, solo dei parenti (ricorderete recentemente del ministro inglese che si è dimesso per una nota spese del marito). Perché lo fanno? Son tutti pazzi? Addirittura, si dimettono anche se si professano innocenti, anche se in prima persona loro non c’entrano niente. Perché mai? In realtà il ragionamento è molto semplice: chi governa ha il dovere di governare, cioè di far andare avanti il paese al meglio delle sue possibilità. Se un governante viene coinvolto in un’inchiesta, sia che sia innocente, sia che sia colpevole, non può più svolgere al meglio il proprio compito, sia perché deve prepararsi per affrontare un processo, sia perché le polemiche e i sospetti bloccherebbero ogni sua azione di governo. Basta guardare cosa sta succedendo adesso in Italia: sono mesi che il governo non agisce più da governo ma non fa altro che difendere il suo capo. Non ci sono leggi, non ci sono manovre, non ci sono iniziative: è solo una strenua lotta a difesa del capo. Tutto questo, in un altro paese, sarebbe intollerabile perché il capo del governo è un incaricato del popolo, è un dipendente, e come ogni dipendente deve rendere conto di quello che fa e di quello che non fa. Se il nostro amministratore delegato subisse un’inchiesta che ne pregiudica il lavoro, gli chiederemmo di prendersi un’aspettativa, per il bene suo e nostro. Ma qui in Italia siamo convinti che i nostri sottoposti in realtà siano i nostri capi.

Text posted at 11:04 AM (1 day ago) | Permalink

12/03/2009

il pupo continua a tornare dall’asilo con delle monete, perfino dei penny. Il racket delle merendine s’allarga http://twitpic.com/ryxrf

Text posted at 4:39 PM (1 day ago) | Permalink

12/03/2009

tra l’altro al pupo sembra piacer molto farsi fotografare col denaro. Basta che non cominci pure con le minorenni http://twitpic.com/ryyca

Text posted at 4:39 PM (1 day ago) | Permalink

12/03/2009

a volte gli viene da chiedere ai suoi genitori perché abbiano deciso di chiamarlo scrip. Poi si ricorda

Text posted at 3:00 PM (2 days ago) | Permalink

12/02/2009

alfredinik:

Ahahaha ( Sì ride per non piangere)

alfredinik:

Ahahaha ( Sì ride per non piangere)

Text posted at 6:51 PM (2 days ago) | Permalink

12/02/2009

lookia72:

tartanspartan:

migue-e:

vegan-scum:

(via nothingbuttime)

Text posted at 5:30 PM (2 days ago) | Permalink

11/30/2009

Beppe Severgnini, get a life

Ho pensato: i tempi sono maturi per una risposta allo zio Beppe. E quindi eccomi qui.

Antefatto. Qualche giorno fa Beppe Severgnini, il noto giornalista e scrittore (“Italians” e vari seguiti), ha scritto un tweet in cui diceva, testuale: «Quelli che “twittano” venti volte al giorno. Get a life, my friends!» (link all’originale: http://twitter.com/beppesevergnini/status/6044116190). La cosa m’ha fatto un po’ girare le balle, e gli ho risposto credo abbastanza per le rime, scrivendogli prima «sai, Beppe, quando non si ha un giornale che ti paga per scriver cazzate e si è disoccupati si impiega il tempo come si può» e poi «inizia a farsi una vita defollowando @beppesevergnini su Twitter».

Ora spiego perché mi sono incazzato (che poi, incazzato è una parola grossa: in realtà mi stavo divertendo come un riccio. Fare la parte dell’incazzato è un grande trucco comico dall’alba dei tempi. Anche Caino era convinto di sfondare con le sue battute sul fratello, per dire. Sfondare cosa, poi, è un altro discorso). Tre motivi.

1) Prendersela coi vip è sempre divertente a prescindere. Soprattutto coi vip che vogliono pontificare sulle cose senza conoscerle, sulle vite altrui senza aver mai letto un tuo tweet, che si credono chissà chi e invece avrebbero solo da baciar la terra per il culo che hanno avuto ad esser mantenuti dai loro (fin troppo pazienti) lettori.

2) Severgnini, almeno su Twitter, è un po’ paraculo. Ognuno ha il diritto di dire quello che vuole, anche di pensare che su Twitter, Facebook e i social network in generale ci siano solo degli sfigati (mia nonna, per dire, la pensa allo stesso modo), ma almeno deve avere il coraggio di sostenere le sue idee. Uno che scrive «my friends» in chiusura ha il classico tono di chi dice «Sei uno sfigato ma te lo dico in amicizia, giusto perché non ho il coraggio di dirlo senza farti la manfrina». Getto il sasso e tolgo la mano. E Severgnini fa spesso così: tempo fa, lo ricordo bene, subito prima di partecipare come ospite a una trasmissione sportiva di Sky, scrisse un tweet in cui faceva una battuta su Berlusconi; guardai la trasmissione, convinto che quella stessa frase (o qualcosa di simile) l’avrebbe detta pure in trasmissione. E invece niente. Facile fare le battutine su Berlusconi quando ti segue il pubblico amico di qualche centinaio di twitterers; ma davanti al pubblico di Sky le palle son rimaste nascoste.

3) il concetto di “get a life” è un po’ stupido. Analizziamolo. Per Severgnini, chi passa troppo tempo su Twitter dovrebbe smetterla e “farsi una vita”. Ok. Quanto tempo ci vuole a scrivere 25 tweet, visto che è questo il discrimine? Visto che i tweet sono messaggi di 140 caratteri, direi più o meno 25 minuti. Se uno è lento, ma dev’essere lento veramente, diciamo pure 50 minuti. Ok. Quindi Severgnini dice: chi passa 50 minuti o più al giorno a leggere persone interessanti su internet e ad esprimere le sue opinioni sul mondo dovrebbe lasciar perdere e farsi una vita. Bel consiglio, Beppe! Tu sì che te ne intendi! Vediamo: secondo lo stesso ragionamento dovremmo dire “get a life” anche a chi legge una cinquantina di pagine di libri al giorno, o a chi ascolta un album al giorno, o a chi guarda un serial, o a chi legge 4-5 articoli del tuo prestigiosissimo Corriere della Sera (che è molto meno interessante di Twitter, tra l’altro), o a chi manda 25 sms ad amici e parenti. Io direi di iniziare con quelli che perdono tempo sui libri di Severgnini: get a life, ragazzi! Uscite e passate il vostro tempo sulle panchine o sui bar del vostro paesello e finalmente darete un senso alla vostra esistenza.

Fortuna che ne abbiamo tanti, di intellettuali come Beppe Severgnini. Come faremmo senza di loro?

Text posted at 5:16 PM (4 days ago) | Permalink

11/29/2009

«Me ne frego»

La differenza tra berlusconiani e antiberlusconiani non è tra gente di destra e gente di sinistra, non è (non lo è proprio mai stata neanche un attimo) tra liberali e comunisti/statalisti/assistenzialisti o tra laici e cattolici. La differenza è un’altra, ed emerge ogni volta che emergono le magagne (giudiziarie e non) di Berlusconi.

Gli elettori di Berlusconi non pensano che il presidente sia innocente davanti alle accuse di corruzione, evasione delle tasse, falso in bilancio, collusioni con la malavita eccetera. Tutti, in Italia, sanno che quelle accuse non dico siano vere, ma siano quantomeno plausibili (che, in fondo, è quanto basta il più delle volte per portare qualcuno in tribunale). Ma l’importante non è che Berlusconi sia innocente o colpevole.

Allo stesso modo, tutti sanno che il conflitto d’interessi è qualcosa di lampante e problematico. Tutti sanno che Berlusconi ha favorito i propri affari con decine di leggi. Tutti sanno che la maggioranza delle norme emesse da questa maggioranza, ora come le altre volte, è ad personam. E tutti sanno che Berlusconi ha deciso di scendere in politica perché non aveva più un protettore politico che potesse favorirne gli interessi. Ma l’importante non è neanche questo.

Ancora, tutti sanno che Berlusconi frequenta minorenni, va con prostitute, fa il cretino in giro per tutti i possibili vertici internazionali, rovina la nostra immagine in tutto il mondo. E tutti sanno che molti esponenti di rilievo del governo e del Pdl sono degli emeriti incapaci, gente che occupa quel posto solo perché completamente asservito, in un senso o nell’altro, al capo. Ma neppure questo importa realmente.

Ancora, tutti sanno che l’atteggiamento del governo verso i migranti è francamente razzista, contrario al buon senso, alle convenzioni internazionali e anche solo a quel minimo di umanità che è dentro tutti noi. Sanno che è un atteggiamento ignorante, superficiale e retrogrado. Ma l’importante non è nemmeno questo.

Quando denunciamo che Berlusconi è inadeguato, bugiardo, criminale non diciamo niente di nuovo a nessuno. Se il problema fosse la disinformazione sull’argomento, Berlusconi sarebbe emigrato in Tunisia nel 1995. Certo, la disinformazione incide su una parte della popolazione, ma la maggioranza degli elettori di Berlusconi sa benissimo che tipo di uomo sia.

E allora, qual è la differenza fondamentale tra chi vota Berlusconi e chi non lo vota e anzi gli si oppone in maniera forte e netta?

Il fatto che tutte le cose che ho scritto qui sopra a noi IMPORTANO e agli altri no. Questa è la differenza, l’unica vera differenza. Il fatto che a noi la legalità, le regole, la giustizia importano. Il fatto che a noi importa che al governo ci sia un corruttore, un bugiardo, uno che mette i propri interessi sempre davanti a quelli degli altri. Anche chi lo vota lo sa, ma non gli importa; e, se non lo sa, è solo perché non lo vuole sapere. Cercare di far cambiare idea a chi lo vota, quindi, è un’operazione completamente inutile, un puro spreco di tempo. Speriamo solo che le giovani generazioni siano più consapevoli di qual è l’importanza delle regole in una società; la generazione attuale è persa.

ps.: c’è già stato uno, nel passato, che diceva “me ne frego” davanti alle regole, alla legge, a tutto. Indovinate chi

Text posted at 5:25 PM (5 days ago) | Permalink

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